La Legge ovvero: La rivincita di Roma Sud

4 Feb

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Una lungua lingua variopinta di auto in fila, giorno dopo giorno, furgoni scassati a un passo dalla morte guidati approssimativamente da fantini d’elefanti con lo sguardo truce di chi non ha mai sentito il richiamo della coscienza in vita sua, super suv modello hummer con a bordo millesettecento anni divisi in due, tra guidatore e consorte. Giorno dopo giorno scooteroni sfreccianti e vecchie nuove cinquecento si litigano pezzi di tangenziale, brandelli di Salaria, scampoli di lungotevere; una lunga lingua variopinta ferma sulla collatina, a collassarsi gli ultimi anni di ingorghi con lo sportello mezzo aperto e una mano ancora sul volante, la radio accesa, l’app che ti controlla il veicolo, il bluetooth, il gps, il navigatore di serie, la telecamera posteriore, il sedile riscaldato, la possibilità di andare da zero a cento in tre secondi, con un’accelerazione infinita in grado di raggiungere le 88 miglia orarie e portarvi avanti e indietro nel tempo, ma solo entro l’anello del grande raccordo anulare.
Un giorno hanno proibito il fumo in auto in presenza di minori. Il giorno dopo la popolazione era diminuita del sessanta percento, in strada non si contavano i cadaveri.
I vecchi assicurano che solo durante il famoso sciopero dei tabaccai, benzinai e giocatori di calcio, si era raggiunta una simile violenza nello scontro civile. Civile si intende in quanto atto di offesa o rappresaglia bellica, non perpetrato da militari ma da civili, appunto.
Nello stesso periodo i militari presidiavano le stazioni dei mezzi pubblici ed i luoghi di aggregazione giovanile indicati da vecchi solitari che non avevano nemmeno idea che i giovini si aggregassero da qualche parte in particolare.
Vecchi che non se li era mai aggregati nessuno manco da giovani, spiegavano a imberbi vitelli con l’occhio furbo del tasso morto, dove appostarsi e cosa fare in caso di attacco terroristico.
Un simpatico stato di polizia dove ti fanno la perquisa al braun mulinex nella scatola puntandoti la canna del mitra, con la logica dell’imparziale, il tornello elettronico programmato per suonare un allarme ogni numero N di scatti. Si utilizza in posti di lavoro in cui si teme che le maestranze possano sottrarre materiali di svariato genere dal sito; la sua funzionalità deriva dalla minaccia psicologica dell’essere perquisiti in maniera casuale, portando i soggetti a non creare mai presupposti per cui la perquisizione dia un responso positivo e quindi di colpevolezza.
Ovvio come il giorno che una minaccia terroristica non si combatte con metodi a metà tra pavlov e la casistica da gioco d’azzardo. Gli anziani sopravvissuti allo sciopero del fumo, del calcio e della benza, giuravano che non era per i terroristi, che le città venivano invase dai soldati.
Il colpo di stato più dolce della storia aveva consegnato delle mani dei miltari una serie di paesi del blocco occidentale.
Intanto il grande organismo estraneo al corpo nazionale, noto come organizzazione mondiale della sanità che, assieme ad altri organismi, controllava il suddetto corpo andava giurando che la carne rossa era la minaccia primaria alla nostra lunga vita. Non gli scarichi industriali clandestini, non le scorie attive sotterrate sotto i campi di broccoletti, non l’amianto, l’eternit o le polveri sottili, ma il prosciutto crudo e la pancetta, ci porteranno prematuramente alla morte.
Viceversa i lombrichi, le blatte, la scolopendra mannara e le larve di mosca, venivano consigliate come fonte proteica insostituibile.
Via il porco dalla dieta, sì al coleottero grasso.
La lunga lingua di auto con a bordo ragazzini urlanti e guidatori sudati, mogli infreddolite, bambine con la nausea, nonne con la sciatica, autisti di scolaresche e di corriere, continua a intasare la strada giorno dopo giorno, sorvegliata dall’occhio vigile del drone urbano, pronto a segnalare e multare ogni trasgressore del divieto di fumo con minori nelle vicinanze. I padri e le madri disperate a misurare i passi tra la prole e il fumatore dell’auto a fianco, tutti a sindacare fieramente convivnti che un mal comune è un mezzo gaudio, mentre il sole tramonta dietro la linea della tangenziale altezza Prenestina; uno scorcio invidiato da tutti i turisti che snobbando la passeggiata del Gianicolo hanno iniziato ad intasare Casal Bertone.

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Un buon inizio.

3 Gen

Ancora una volta una fiamma accende la testa di un cannone, la luce azzurra illumina una porzione di stanza, ancora una volta raccolgo le idee per non ridurmi a scrivere un elenco di motivi per mettersi a piangere, ed ancora una volta penso che un bicchiere di qualcosa lo bevo volentieri. Oramai che l’alcolismo o la ricerca costante di sfascio non sono altro che brutti ricordi o lontani incubi sfiorati, posso versarmi un goccio, tirare due boccate o sgretolare due grammi d’ashish in una ciotola, senza avere paura di una ricaduta.
Il cielo si è sciolto, commosso anche lui, in poche lacrime asciugate dal vento, le teste hanno annuito a tempo sul tamburo, cassa e rullante hanno battuto il ritmo di una vita, poi hanno smesso di battere.
Negli anni ho perso molti amici, andati via sulle loro gambe o sulle ruote di un lettino d’acciaio. Persone che dall’oggi al domani non ci sono state più, per me solo o per nessuno al mondo. Eppure la morte di David mi ha colpito come un cazzotto forte e ben assestato alla bocca dello stomaco.
Scoprire tutto insieme che cosa è stata l’ultima parte della vita di qualcuno a cui ho voluto bene e a cui non ho mai smesso di volerne, mi ha fatto sentire una volta di più debole ed egoista, arroccato in una realtà che ha voltato le spalle al passato.
Ma quando il presente bussa così forte, si trascina dietro tutto, gonfio del passato che lo ha costituito e forte del futuro che sta preparando. E le immagini e i messaggi di alcuni amici, persone che non vedo e non sento e con cui non parlo, come una scimmia cinese, mi fanno male in un modo tenero e dolce. E tenero e dolce è il ricordo di questo ragazzino coraggioso e orgoglioso che calcava i palchi da quando la barba era ancora un accenno, che era stato innamorato non ricambiato della stessa che a suo tempo non aveva ricambiato me, e a cui aveva cantato una canzone una sera che suonavamo insieme in un grosso locale romano.
La sua faccia dispiaciuta del ritardo scendendo da un taxi in culo al mondo tra alberi e muri i cinta, subito prima di salire con noi agguerritissimo a fare il concerto più piccolo e più intenso della nostra storia personale. Quello che mi ha procurato più cicatrici sicuramente.
Il suo sorriso incontrandoci per caso in una videoteca anni dopo tutto questo, lui in ciabatte sotto casa, io in imbarazzo per essere sparito dietro a qualche fica di turno.
Il mio sorriso nello scoprire i suoi ringranziamenti sui dischi.
Un affetto immutato per una delle persone più pulite che abbia mai conosciuto. Ed il rancore incredibile del rendersi conto a malapena che non ci vedremo mai più per caso, da nessuna parte. Non gli presenterò mai le mie figlie, o mia moglie.
E quel senso da gangster che ti rende impermeabile ai morti di droga, se ne va a fare in culo dietro lacrime improvvise e inopportune, quando la vita si prende un ragazzo di non ancora 40 anni, dotato del dono di scrivere e cantare di tutto quello che voleva da sempre, nella forma che voleva. I giornali scrivono idiozie, e chi c’era ricorda le F.d.C. prima dei colle o dei cor veleno. Un ragazzino in pantaloni larghi e col vocione grosso, la faccia pulita, il cuore pulito.
Un alieno nel mondo del rap.
voglio pensare che sia tornato al suo pianeta. E solo perché sono alla fine del cannone e della birra. Voglio crogiolarmi in questo stupido ottimismo artificiale, almeno fino a che il freddo gelido non l’avrà vinta del tutto.

A proposito…

buon anno.

Venerdì

23 Ott

Il profilo della città antica si staglia contro un cielo così terso da non meritarcelo;

cupole e tegole, il rosso dei mattoni ed il bianco del travertino, si fondono col rumore colorato delle nuvole stracciate da un vento che non arriva fino a quaggiù.

Quando il camioncino inizia a fagocitare la discesa curvata del pincio, schiaccio i freni, a fondo, per far invecchiare presto le pasticche appena cambiate.

Guadiamo la città in un verso e nell’altro, da un fiume al suo affluente, dalle colline fino agli spofondi, osservando un cambiamento inesorabile, che la investe tutta, come nel gioco del domino, alterandone l’aspetto esteriore delle sue abitazioni, e facendo marcire quello interiore dei suoi abitanti.

Svuoto cantine di ufficiali in pensione, immerso nello smog in polvere che giace disteso su ogni oggetto stipato in queste segrete, la feritoia che affaccia sul livello calpestabile del marciapiede  è sempre sporvvista di vetro, cosicché acqua e scarichi, merda di piccione e sugna in varie forme, trovano accesso libero in questi meandri sotterranei.

Torno a casa sporco e tumefatto, e Eva, la più piccola delle due figlie, mi si getta contro le gambe, in un abbraccio di amore filiale, ogni volta devo staccarla con delicatezza dai miei calzoni luridi, e portarla con me in bagno, dove posso lavarmi le mani, togliermi la maglia ed abbracciarla come si conviene, almeno un pochino,  prima della doccia sacrosanta, che mi scrosta di dosso tutta la giornata, tranne che dalle mani, su cui l’odore dei guanti o dello schifo in polvere, spesso rimane impresso, almeno a parere del mio naso.

Ascolto i tg per bocca dei colleghi o dei clienti, o dei baristi e dei pizzettari, quando torno a casa e provo a mettere le notizie becco sempre e solo i soliloqui di renzi, del papa e di allegri.

Il rumore di fondo è che nessuno gliela fa più, ma anche quello che comunque nessuno farà un cazzo di diverso da quello che ha sempre fatto: fingere di farsi i cazzi propri per interessarsi fortissimo a quelli degli altri, ma solo allo scopo di non pensare ai propri.

L’italiano medio in due parole.

C’è uno squilibrio pauroso, dovuto anche al fatto che molti non arrivano a fine mese ma tantissimi stracampano, straviziano e stracomprano.

Piccole pozze colorate di giallo o verde, voci campionate malamente, pessimi apparecchi meccanici, tecnologia di terza mano in cui ficcare banconote a getto continuo, in attesa del tris del jackpot del turno giusto di fortuna che i giocatori delle macchinette vi diranno:

si può calcolare.

Mentre bevo una birra di radice per rinfrescarmi la gola secca, il paesaggio si divide in zone di ombra e sole, dove morire di freddo o stendersi paciosi ad abbronzarsi.

La vita di città in due parole.

Mi hanno detto di un tale, che detestavo fino a che non mi hanno raccontato di come è ridotto, che è allo stato vegetale, sulla carrozzella, accudito dal padre ottantenne.

Non fosse che quando lo frequentavo si preoccupava di come accudire il padre anziano, farebbe meno male sapere certe cose.

Un’altra delle vittime della lunga guerra silenziosa che ha decimato la mia generazione senza guerre.

Cocaina e alcool in quantitativi massicci per anni, senza mai fare pace col proprio posto nel mondo, possono essere letali nel senso più infido, perché invece di ammazzarti ti lasciano vivo a farti cambiare il pannolone a 45 anni, da tuo padre vecchio.

Un tale che ho lasciato sperso a barcellona una vita fa, stanco di avere un accollo simile alle spalle, che spendeva i quattro soldi che avevamo in bottigliette da un quarto di whisky pessimo, e che non voleva saperne di cominciare a campare sulle proprie gambe, ridotto ad un sacco di vestiti poggiati su una bambola rotta, seduta su una sedia, trascinata sulle ruote da un vecchio stanco, che sognava di poter vedere sto figlio sistemato una volta per tutte.

Il telo verde squarciato lascia entrare le bordate violente d’acqua all’interno del cassone, rendendo il lavoro più faticoso, scivoloso, freddo, e ogni botta sappiamo che avrà una conseguenza abrasa, legno o pelle che sia;

saliamo le scale, scendiamo le scale, saliamo su ascensori minuscoli, enormi, moderni, vecchi e puzzolenti, trecento volte a settimana, settemila piani al mese, trascinandoci il peso dell’esperienza degli altri lasciato a impolverare i mobili, appesantire gli oggetti, decorare di ragnatele lampadari a venti braccia;

saliamo le scale, scendiamo le scale, incastrati in un incubo di rampe interminabili, nell’inferno di daniel balint, caricati del peso accessorio dell’esperienza degli altri, da portatre impregnato nei teli dei divani e delle poltrone. La vita a nudo, davanti agli androni dei palazzi. A volte arrivi poco dopo che hanno portato via il morto, altre prima che arrivi il nuovo nato. Entri ed esci dai palazzi, dalle vite appese a fili invisibili, e ti infili dentro i negozi superlusso del centro, dove ti danno del tu e ti offrono il caffè, lasciando intendere che il tuo posto, in quella parte di mondo è esattamente questo: operaio semispecializzato in pausa, pronto a spostare l’inferno di un paio di gradi su richiesta del cliente.

Marinai di terra che fanno e disfano nodi, trattenendo con delicata fermezza fragilissime specchiere firmate Fontana, scavalchiamo il velo appiccicaticcio dei conoscenti e familiari di quinto grado, accorsi alll’uscio del cliente di turno, pronti ad accaparrarsi valige di terza mano firmate da qualche stilista in voga durante gli swinging sixties, i roaring twenties o i depressing nineties, e mettiamo mano all’armadio a sedici ante costruito sul posto. Smontiamo lo smontabile, opiniamo l’opinabile e ci rifugiamo nel caldo improvviso di una vite che cede e gira, lasciando cedere di colpo tutte le altre, trattenute da qualche mandata appena, e riduciamo il colosso ad una serie di blocchi ordinati per misura, da caricare sulle spalle e portare al camion, assicurare calcolando il carico, nel punto più comodo per il piano di lavoro che consiste di solito nel cominciare lo scarico assieme e poi dividersi in bestie da soma e tecnici specializzati, in alternanza, per accelerare tempi che, a parer nostro corrono già così come vanno, senza bisogno di aiutarli anche.

Una volta guardavo il tale che ora siede sulla sedia, immobile e vegetativo, arrampicarsi in bilico sull’esterno più alto delle scale a libretto, col frullino in mano, in punta di piedi, per tagliare tondini d’acciaio spuntati dal soffitto di qualche locale del centro.

Avevo quella sensazione incoffessabile di stare per assistere ad una tragedia.

Forse era preveggenza, che ha visto accadere l’inevitabile, silenzioso e indolore inevitabile, senza che vi assistessi di persona.

Si dice che è quando un amico si perde, che bisogna mostrare la propria lealtà nei suoi confronti e aiutarlo a ritrovare la strada.

Ma raramente uno che si perde sa di stare perdendosi, innanzitutto.

Secondo poi, non c’ho mai creduto.

Il cielo freddo e terso, il fondo di asfalto limaccioso, sporco di merda di cane e muschio, marciapiedi e tatuaggi coloratissimi, macchine nuove enormi e vecchi nani balordi, trans al supermercato che parlano in vivavoce al telefono chiedendosi quanti pompini hai fatto ora che sei a firenze, con lo stesso tono con cui una sedicenne domanda a un’amica quanto ha speso per quel completino incredibile, castagne a un milione di euro al chilo, noci al prezzo di ovuli di burbujas, ottocento marche di latte a lunga media e eterna conservazione, portano impresso il “brand” del senza conservanti aggiunti, la carta igienica ricavata dei rotoli di qumran e dal bendaggio della mummia di nefertiti, oppure carta di giornale tagliata a strisce arrotolate e verniciata in acrilico col rosa pallido, per contare le strisce di sangue al secondo giorno di visite al cesso.

C’è posto per tutti in questa giostrina in disuso ricavata da un vecchio catorcio della seconda guerra mondiale, potete sedervi gli uni sugli altri mentre aspettiamo di schiantarci, intanto potete spendere quanto volete, potete provare che, considerate le date, huxley aveva una cazzo di ragione del diavolo su un sacco di punti, e di questo passo potremmo quasi prevedere anche noi –almeno-  l’immediato futuro, mentre un ragazzino di sette anni trascina un coetaneo per i capelli in classe e lo spoglia davanti a tutti, io grido allo scandalo perché mia figlia mi giura che il bambino b vittima del bambino a, si stava divertendo e sorrideva. Grido allo scandalo perché niente è più come dovrebbe, nessuna reazione normale, nessun sentimento naturale, tutto è artificiale, artificioso, mellifluo, impaurito. Negli occhi di tutti continuo a sperare di scorgere la disperazione, invece scorgo un vuoto pneumatico, e quello sì, mi dispera.

Gianluca  “the great mistake”  Cipolla

   Day-off

2 Ago

Rimetto le mani sulla tastiera dopo un tempo che pare lunghissimo, in cui un sacco di cose sono successe, tante ne sono cambiate e tante si sono aggiustate.

Chi mi conosce personalmente e mi frequenta, e non parlo di chi non mi vede da vent’anni, sa che quando non lavoro sto male, moralmente, mi sento buio e oscuro, stonato in un senso che non mi piace, mi sento un peso per mia moglie, mi sento un padre incompleto perché non ho soldi miei nelle tasche per fronteggiare la qualsiasi, insomma divento qualcosa che comprendo e compatisco e che eproprio non mi piace. Ho la fortuna di reggere la vita difficile, ed ho avuto la fortuna di trovare persone lungo il cammino, che mi hanno insegnato che la vita difficile è quella che ti da più soddisfazioni quando riesci a portarla avanti senza troppi intoppi.

La vita difficile non ti annoia perché ti da il tempo di pensare lucidamente, perché te ne lascia talmente poco per farlo che lo fai con cognizione quando lo fai,  ti fa specchiare in acque scure e cristalli costosi, e ti leva di dosso l’odio inutile che ti sovraccarica come un fardello.

Mi sono accorto che nel lungo periodo in cui sono stato fermo, ho coltivato una sorta di rimescolante biliosa invidia nei confronti di chiunque avesse una cosa da fare al mattino, che non fosse innaffiare le pianate o accordare la chitarra. O dare una pulita nevrotica a casa, arrivando alla tolleranza zero nei confronti di qualunque fattore inquinante, che le mie figlie riescono a ricavare anche dal semplice sfregamento dell’aria contro sé stessa.

Poi come un asso dalla manica è spuntato un mio vecchio amico, ex ed attuale datore di lavoro, in quel settore che le persone ti dicono:

-ah ma fate quello, ma come fate a fallo, co’  sto ‘caldo?

-eh ,ma voi c’avete i superpoteri, mica lo so come fate

-Ma pure co’ ‘sto caldo lavorate?

E noi,  sempre, pensiamo a quelli che stendono l’asfalto: Ci risolleva il morale.

Portare su e giù mobili attraverso scalinate dalla curva dolce, le volte ad archi incrociati altissime, i cunicoli improvvisi e gli uscii residui, le strettoie improvvisate dei vasi e gli ornamenti sui piani e i semipiani, mentre il sudore gocciola negli occhi, alzare l’armadio, il divano letto, la colonna o il pianale di tre metri smontato da mobili imperiali, passare in posizioni assurde allungati sulle braccia o contratti sotto un peso sostenuto dalla sola forza di volontà, che è oltre la muscolatura o la postura, oltre le leve e la fisica, è metafisica applicata ai comò luigi XV, rende una squadra compatta in un paio di lavori. Non c’è maniera di serbarsi rancori quando ci si gioca la caduta per le scale sotto al crollo della ribaltina liberty: si crea un rapporto basato sulla fiducia necessaria.

Entrare in case miliardarie ha un che di deja vù: una volta gli scopavo le figlie, poi gli montavo le feste.

Ora gli svuoto letteralmente casa, salvo restituire puntualmente tutto, in un’altra casa.

Il nuovo corso mi riporta a via del corso dopo una vita. Tanto è passato da quando cucciolo passeggiavo in centro, altrettanto da quando tossico davo la cipria ai monumenti in giro per le vie turistiche cittadine.

Ma pare passato molto di più, mettendoci piede ora.

Ci sono aree che sembrano zona esclusiva di turisti ricchi e residenti miliardari, le stesse su cui sedevano punk e metallari, frequentate da orde di giovinotti in libera uscita dalla periferia, ora sono esclusiva di scintillanti mantenute di varia età, e creazioni artificiali in poliestere e pelle flaccida, che di solito sono i mantenendi.

Attraverso queste zone di traffico limitato armato di permesso e camioncino, carico valori e pesi spesso in misura direttamente proporzionale, e consegno a legittimi o illegittimi proprietari. Campo di mance e da bravo papà consegno lo stipendio a casa, perché di soldi a me ne sono sempre bastati pochi davvero.

Guardo in faccia gente che con tre dei cento quadri che gli incarto e carico, potrebbe sistemare tre di noi, che piange e si dispera spesso anche delle difficoltà economiche, poi torno a casa da mia moglie, che come me è abituata alla vita spartana, e ridiamo sempre, spesso di gente così.

Gettano nella spazzatura mucchi di quello che voi comprate soddisfatti un pezzo alla volta al megastore,  a costo di sacrifici o per festeggiare un aumento, e vivono depressi, tristi, con le cameriere che li odiano, i parenti che si interessano solo all’eventuale eredità, e pensano che noi che lavoriamo quindici ore attaccate per passare una domenica con la famiglia, siamo dei fenomeni da baraccone con l’intelligenza di un gamberetto, idioti al punto di spaccarsi la schiena per meno di duemila euro al mese.

E noi li compatiamo pure un po’, tornando a casa devastati e soddisfatti, stracchi e contenti, ridendo tra noi colleghi, fumando una sigaretta fuori dal finestrino per non disturbare chi non fuma, prendendoci in giro con un affetto che, tutti i soldi del mondo, non potranno mai pagare.

P.s. ero molto più felice io del mio spazzolino vibrante nuovo, del tale al cui soffitto abbiamo montato un lampadario da 50.000 euro.

Ciao e a presto.

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CAPITOLO 5: Buio senza fine

29 Mag

Una pioggia ininterrotta percorre la strada tracciata a fatica da tutti quegli stivali infangati, scarpe da ginnastica sfondate, anfibi militari aperti come bocche fameliche che ingoiano acqua, fango e sassi dai sentieri di ghiaia su cui rivoli schiumosi si vanno formando a tratti.
Sono piedi di uomini, di donne, di bambini, di vecchi.
Sono le stesse tute dell’adidas sformate che abbiamo mandato in dono ai poveri lo scorso anno;
gli stessi maglioni infeltriti indossati a tre alla volta, per ripararsi dal freddo e dalla fame, fuggendo da un qualcosa che fuori da qui chiamano guerra e che è cominciata con una rissa da stadio.
I convogli dei treni vengono scollegati e i sensi di marcia e le direzioni delle anime intrappolate a bordo, cambiano con uno scambio lungo la tratta Dragovnia/Nova Goritza.
Eserciti di Metani Elvis stanno sfuggendo dall’albania, dalle repubbliche sovietiche distrutte, dal capitalismo sfrenato che ha colpito la nuova russia del dopo gorbaciov, dalle neo-repubbliche indipendenti che un tempo si erano chiamate semplicemente jugoslavia.
La guerriglia è nelle città, trasformate in detriti e relitti scomposti dietro i quali rifugiarsi durante i rastrellamenti, i bombardamenti, le rappresaglie. Dietro i quali cercare riparo dai cecchini.
I binari sono distrutti a tratti, i vagoni si fermano, le persone scendono schiacciandosi vicendevolmente, ragazzini perdono la presa con la gonna della madre, vengono strappati via, calpestati, ripresi in braccio da qualcuno a volte, altre lasciati là come bambole di pezza dai loro stessi genitori, che devono salvare almeno la vita dei figli superstiti, anche se vorrebbero solo affogare nel pianto.
Nel frattempo da un’altra parte uno stereo suona un pezzo di chet baker, un ragazzo con la schiena rotta si alza a fatica dal letto, dopo lo squillo del citofono, e spegne il mozzicone di canna in una lattina semivuota che resiste e non cade dopo tutto quel tempo, dal suo strano equilibrio bilico su fogli ammucchiati e custodie aperte e lasciate a impolverarsi a tratti circolari.
Un tale del recupero crediti suona alla porta, chet insiste che “everything happens to me” ed intanto l’esattore del recupero crediti passa oltre la soglia e si accomoda nella stanza del ragazzo. E’ alto una spanna più del giovane, che di suo è alto, e pesa almeno un terzo di più, e non di grasso.
Inizia a tirzare fuori cartelle esattoriali e a dire sarebbe tot più tot più tot;
il ragazzo lo guarda fisso e si accende una sigaretta, poi, con fare morbido chiede all’uomo:
-Vuole un caffé?
L’uomo smorza il cipiglio severo in un sorriso e dice:
-sì, grazie mille. Amaro per cortesia.
-lo prendo amaro anch’io, per non disabituarmi al gusto della vita.
Lo sguardo miope del ragazzo si ferma fuori la finestra della cucina, tre piani più sotto, una ferrovia, un fiume di ferro dirimpetto al fiume vero, nascosto alla vista dai detriti di quella che fino a pochi anni prima, era stata una delle due case in cui il ragazzo dormiva, mangiava, giocava e si contorceva in preda a spasmi nervosi, che lo attanagliavano alle spalle, fino alla bocca dello stomaco.
Una delle due case dove consumare sciroppo a base codeinica per calmare i nervi indotti dall’ambiente familiare.
L’uomo domanda se può accendere una sigaretta, poi il rumore delle pietrine sfregate per ottenere una scintilla, si mescola a quello del caffè che iniza a filtrare attraverso il beccuccio della moka.
Il ragazzo chiarisce che non ha una lira per pagare quella roba, che la firma gli è stata estorta con l’inganno da un’avvenente sgualdrinella di quarta categoria, un giorno in cui doveva presentarsi al tribunale per il processo. Uno dei tanti processi.
Dice anche che tutto quello che è in quella casa non è intestato a lui, ma che se anche dovesse trovare qualcosa di valore, può prendersela e tornare da dove è venuto.
L’uomo gli offre un lavoro.
-Come riscossore dei debiti?
-Esatto!
-Guardi, non è per mancare di rispetto, ma io ho dei principi etici, lo so che è fuori moda, ma ce li ho. Ragione per cui ero a fare processi al tribunale militare; ragione per cui mi sono fatto affibbiare quattro mesi dentro piuttosto che indossare la divisa.
E per la stessa ragione mi rifiuto di andare a pescare altri morti di fame squattrinati e abbandonati dalla vita al loro destino come me, per conto di bastardi vampiri che campano sulla sprovvedutezza/gentilezza altrui.
Per quanto fosse freddo fuori, il sole brillava sul prato calvo, a tratti verde brillante, a tratti spoglio e screpolato, e faceva sembrare l’altro lato della ferrovia, un posto bellissimo in cui trasferirsi. Anche se era ad un paio di rampe di scale ed un cavalcavia di distanza, quello era un altro quartiere. Un’altra vita. Un altro sole.
L’uomo sembrava, per quanto possibile, ammirato. Disse solo:
-eh lo so… lo so. Grazie per il caffé; buona giornata.
-Mi scusi se non le auguro buon lavoro.
La strafottenza dei ventanni, l’ignoranza totale, la noncuranza delle storie degli altri, convinti che la propria sia l’unica che conti qualcosa.
Sotto lo stesso sole brillante e cattivo partono barconi dalla costa slava, carichi di papponi e ostaggi, mafiosi e reduci, figlie che saranno solo puttane minorenni con un debito che non diminuirà mai, nei confronti dei loro stessi protettori.
Orde di negri si rigugiano dove possono, fuggendo dall’eritrea o dall’etiopia a seconda, pronti a sparire, cambiare l’età, vivere nascondendo la nazionalità o cantandosi quella di un’altra anima in fuga, in uno scontro di etnìe infinito, su un territorio in cui per tutti, sono solo negri che si ammazzano.
Gli slavi che sono chiamati, ad annate, “i polacchi”, “gli albanesi”, diventano definitivamente gli extracomunitari quando un paio di giovanotti nostrani massacrano madre e figlioletto, per rapinarli. Una degli assassini è la primogenita della vittima, l’altro è il suo fidanzato. Tutti grideranno alli stranieri assassini, identificandoli peraltro come provenienti dall’unico dei paesi dell’ex blocco sovietico, attualmente in forze nella comunità europea.
Come spesso avviene, dopo aver gridato lo sbaglio, l’errata corrige si sussurra piano piano, sostituendo semplicemente nomi e titoli, e illuminando il lato del salotto dove la macchia di umidità non si vede, o quello della cucina dove il sangue brilla ancora denso e fresco di omicidio.
Il massimo dei miei problemi all’epoca, a parte le degenze forzate per fratture varie e ammaccature circostanziali, era avere liquidi abbastanza per cambiare piano di realtà, perso dietro un paio di litri di vino, canne e magari un medicinale rimediato.
Gli acidi per un periodo furono molto reperibili, buoni e divertenti. La cocaina che tanto piaceva alle donne aveva due problemi:
costava troppo
finiva subito
un acido, con la modica spesa, durava otto ore piene più un paio di giorni di saliscendi meraviglioso.
Non c’era nemmeno da fare il confronto.
Oggi tutti si sfondano con tutto, e tutto si trova dappertutto. All’epoca anche, ma c’erano meno disponibilità, e più pudore, forse.
In fondo vuoi o non vuoi eravamo tutti frutto del cattolicesimo imposto per secoli, fino ai nostri nonni.
Qualunque fosse la tua posizione non potevi prescindere dalla tua origine. Se eri il ribelle di famiglia, non frequentavi la chiesa. E se non frequentavi la chiesa, eri il ribelle di famiglia.
Se non avevi ricevuto quel tipo di educazione, i cattolici e i loro discendenti, ti apparivano come una sorta di strana falla spazio temporale, ma se non avevi ricevuto quel tipo di educazione, appartenevi in media alla fascia borghese della società, che a quei tempi era ancora fortemente influenzata dalle visioni rivoluzionate post 68 e post 77.
All’epoca quel senso di colpa insito nell’educazione, dal momento che oltre a non frequentare la chiesa, ci piaceva scopare e drogarci, ci fece accettare a testa bassa il fatto che fossimo votati al degrado, all’essere scarti della società.
Immondizia bianca fatta e finita.
Ciononostante, lo stesso identico pudore ci imponeva un controllo anche nell’eccesso.
-Ribelli sì, ma con la testa sulle spalle.
Come dicevamo ogni volta che volevamo prenderci per il culo da soli, nell’epoca immediatamente post straight edge.
Il buio senza fine iniziò un giorno in cui mi resi conto che non c’ero.
Non c’era più la casa dove avevo mosso i primi passi. Non c’era più la casa dove avevo mosso i secondi. La stanza dove avevo perso la verginità, dove aveva dormito una donna mentre ero a letto in un’altra stanza con un’altra, in una delle serate più assurde della mia vita.
Non esisteva più il muro dove il mio amico morto ragazzino, aveva disegnato uno dei supereroi più belli che avessi mai visto disegnare fino a quel momento, semplicemente armato di pennarello sul muro, due tratti sicuri, una mano ferma, il personaggio che prendeva forma, storia, azione con solo due mosse, profondità e spessore, una psicologia sua in una ruga.
Anche dopo, raramente -se non mai più- ho visto qualcuno tracciare uno schizzo con tanta sicurezza ed eleganza, come quella di quel ragazzino morto a diciiotto anni per non fare il militare.
I nostri drammi erano idioti, in confronto a quello che passavno i nostri coetanei a pochi chilometri ed un mare di distanza, ma anche noi, singolarmente, abbiamo combattuto una piccola guerra, ed abbiamo avuto i nostri morti sul campo.
Tipo un ragazzo che ha mangiato fino a farsi scoppiare il cuore per ottenere di essere riformato, e non lasciare sola la madre. Morta di crepacuore nel momento in cui apprendeva la notizia del decesso del figlio. E noi piccoli che dovevamo andare al nostro primo funerale da soli.
O forse cuccioli di bambagia, venuti al mondo vero troppo tardi per non finire col farsi male al primo intoppo.
Non c’erano più i posti fisici in cui conservavo i miei ricordi, non avevo mai avuto un padre vero, ma solo un conflitto su mocassini senza calzino, che avrò visto cinque volte negli ultimi venti anni, enon avevo una madre, ma solo nevrosi e confusione e paure ed una marionetta pronta a farsi infilare un braccio nel culo e far parlare al suo posto, lo scemo di turno, pur di non prendersi una responsabilità che fosse una.
Gli amici erano cambiati come i nomi dei politici, la geografia che avevo studiato (poco e male), non esisteva più. Non sono mai uscito dall’europa, non avevo mai visto l’oceano, non ero capace di suonare nessuno strumento, non ero capace di fare bene niente, tranne cantare hardcore, ma non lo volevo più fare, tranne disegnare pupazzetti che se mi fossi applicato sarebbero venute belle cose, ma non lo sapevo fare davvero, non come avrebbe dovuto essere fatto.
Sapevo fare decentemente una cosa, però, ed era scrivere (pensa il resto, diranno gli acculturati…).
Almeno quando riuscivo ad essere distaccato abbastanza e concentrato abbastanza, da tirare fuori un racconto con un inizio uno svolgimento ed una fine. Scrivevo bene a detta dei genitori di una tizia che mi ospitava e con cui stavo. Avevano letto un racconto che si chiamava “son come tu mi vuoi” che iniziava con questo incipit (a memoria):
-Ho solo il cazzo e la presenza e questo è quanto; Non è tanto ma è già un vanto quando devi trovare ogni giorno un pasto da magiare ed un posto in cui dormire…
Nonostante fosse autobiografico fino all’imbarazzo, i genitori della tipa che mi ospitava e che dormiva con me, lo trovarono buono, scritto da uno di talento. Obiettivi fino al midollo. Si vedeva che erano gente del nord trapiantata a roma nord: altro aplomb, altra eleganza. Un altro padre qualsiasi di quelli a cui mi ero abituato, da ragazzetto, a passargli sotto il naso utilizzando lo stesso dono dell’invisibilità dei cuccioletti e dei bambini piccoli, quello che li convince che, una volta coperta la capoccia, tutto il resto automaticamente scompare, mi avrebbe rincorso fino a sfondarsi le scarpe, e poi avrebbe continuato a correre facendosi sanguinare i piedi, pur di raggiungermi e farmi rimangiare ogni parola di quello che avevo scritto.
Quella che in fondo era una confessione in piena regola, di irrispettosità, anaffettività, egoismo e una sorta di avidità da sopravvivente, gli era passata sotto gli occhi attenti, ed avevano riconosciuto sicuramente, nei piccoli tocchi di cattiveria che solo la penna riesce a spargere con tanta sapienza, tante situazioni che gli si erano svolte davanti, rilette e commentate da quello che effettivamente mi passava per la testa, che era molto diverso dal:
-grazie per l’ospitalità
Che avrebbero meritato.
Questa mia capacità però veniva riconosciuta, le mie parole lette, da persone preparate, colte o curiose comunque, le mie parole frutto di una terza media sudata, le stesse oneste che mi avevano fatto meritare l’appellativi di deficiente, sovversivo ed estremista militante, tutti proferiti con generosità ed a piena voce da soprano sordo, dalla mia professoressa di taliano quando ero in seconda media. Appellativi guadagnati alla consegna di un compito in classe, tema “il Brasile” o qualcosa del genere. Avevo sviluppato un discorso partendo da un film che avevo visto la sera precedente: “Salvador” di Oliver Stone.
Non era un vero tema di denuncia sociale perché nemmeno adesso che ho 42 anni ne saprei scrivere davvero uno. Allora di anni ne avevo dodici, mi interessavano tantissimo solo gli iron maiden e il concetto astratto delle tette e della figa, che mi si proponeva fisso in mente al mattino con la sveglia, e per tutta la durata delle lezioni non riuscivo a far altro che notare quanto le mie compagne di classe stessero crescendo attorno a me.
Il fatto di essere un cesso su adidas sformate, non aiutava a integrarsi.
Ciò non tolse che, la professoressa Rosa, mi mise un voto miserrimo e mi insultò davanti a tutta una classe con cui già faticavo a interagire, e il problema non era nella forma, ma nel contenuto.
Il contenuto di un tema fatto da un dodicenne su un paese che saprebbe indicare a stento sul mappamondo, di cui si sapeva bene solo che:
1) c’erano le favelas ma a noi baraccati non ci facevano nessun effetto
2) le donne avevano un culo così bello che potevano dirlo tutti davanti alle madri e alle mogli, che annuivano gioiose, o perlomeno evitavano di palesare rabbia sincera.
In fondo erano negre e lontane, anch’io posso dire a mia moglie che ho delle fantasie sulle donne di Antares Iv, quelle con la pelle bluette ed il cranio dolicocefalico, tanto non esistono. Quello doveva essere lo stesso ragionamento che si facevano tutte, all’epoca.
Però, in quell’oceano di aria compressa che ti schiaccia i polmoni quando sei così evidentemente vittima di un sopruso che non avrà nessuna conseguenza per chi te lo sta facendo subire, riuscivo comunque a sentire che avevo smosso più di qualcosa, e solo con delle parole scritte. Erano davvero capaci di fare male.
Quando un paio d’anni dopo scrissi una poesia sul tempo che passa e che non torna indietro, il tizio che stava con mia madre in quell’epoca, il buon Luciano, fonico che mi ha insegnato molto più di quello che riuscivo a comprendere allora, la lesse e scoppiò a piangere. Mi disse tante cose, mentre piangeva.
Ancora una volta le parole scritte erano arrivate dove non ero mai stato in grado di fare arrivare la voce fisica.
Il problema delle cose, di tutte le cose, è che vanno annaffiate come fossero un campo coltivato, alimentate come cuccioli affamati, studiate come enigmi da risolvere, e praticate come le arti devono essere praticate, per non limitarsi a rimanere hobbysti passeggeri.
L’approccio in quella scuola biennale di grafica, il voler uccidere il ragazzino che ero per trasformarmi in un giovane punk, era in parte un istinto che prendeva forma, in parte un sopprimerne altri che la forma ce l’avevano già.
La scrittura fu la prima cosa che abbandonai, dopo che il gruppo di amici che componevano la frangia Hc del corso di grafica, lesse un paio di racconti. Mi presero per il culo in modo che ancora oggi conservo nitido tanto il ricordo quanto le parole che leggevano.
Facevano bene perché era immondizia disonesta, roba atteggiona che nemmeno un 17nne può permettersi, non dopo avere avuto quei trascorsi nell’adolescenza appena cominciata.
Il fatto è che le frasi che avevano scatenato rabbia o pianto erano oneste;
quella paccottiglia simil “i ragazzi della 56ima strada” o “rusty il selvaggio” che andavo scrivendo tacendo le seghe e le beghe, tacendo quello che davvero era la mia vita, meritava di essere gettata nel cestino e che mi prendessi il tempo per capire qualcosa della vita, prima di parlarne.
Ripresi dopo anni, per aiutare un amico filmaker a tirare giù dei soggettini, poi per tornare ad esorcizzare i demoni che collezionavo a mazzetti, vivendo in maniera disonesta soprattutto con quelli che erano le mie vere tendenze e bisogni.
C’è stato un periodo in cui ero il ragazzo della tatuatrice bassista, e della ragazza francese. Non so come sia possibile, ma con una ci sono stato 5 anni e con l’altra almeno tre fino al gabbio, poi di nuovo fuori per un altro annetto dopo un po’.
In mezzo collezionavo avventure e storie, con le tizie, e mi innamoravo continuamente.
Il fatto che fossi mezzo cieco, colto da miopia e astigmatismo ragguardevoli, e perennemente sprovvisto di occhiali o lenti che fossero, mi ha regalato una gioventù in mezzo a bellissime ragazze. Uno sguardo nel buio della sala in cui si ballano i successi di rita pavone, con un punk con gli spike colorati e le spalle da transit in retromarcia, coperte di borchie puntute che intuisci dal brilluccichio, tra le luci rosse e i fumi alcolici, con tre diottrie a disposizione, non dico che diventa bona pure il punk con le borchie, ma poco ci manca.
Il mio cuore era stato spezzato un giorno grigio all’inizio dell’estate, e sarebbero passati dieci anni prima che qualcuno lo facesse risaldare davvero.
Non passava stagione senza che mettessi su una compilation triste di melodie hardcore e nick cave e tom waits, e pensassi a quel giorno. Al fatto che in qualsiasi modo me la fossi giocata, mi sarebbe andata male comunque, perché certe cose è così che vanno.
Quello forse è stato il primo gesto da uomo che ho fatto, mi sono detto:
-tieni la cosa per te.
Ed in un modo o nell’altro, ci sono riuscito.
Il buio senza fine era tutto intorno, come camminare in un tunnel lungo cinquanta chilometri e scoprire che le luci dell’auto su cui viaggi, che è la sola nella galleria, sono rotte. Un liquido avvolgente sinistro oscuro guanto che anziché proteggerti, ti infila dentro il pericolo, l’unica sicurezza che ti offre è che non lo vedi.
E’ stato un periodo durato anni, durante i quali ho viaggiato un po’, mi sono trasferito sei mesi in portogallo, dopo il suicidio di uno dei miei migliori amici, dopo le giornate passate al cantiere, all’ospedale a trovare una ragazzina a cui avevano dato trentacinque coltellate, dopo le serate snervanti nel benessere borghese così fragile nella sua serenità, da doversi permeare ai bisogni del mondo.
Dal portogallo sono sfuggito assieme a trentadue portoghesi ed un olandese di nome antonio, alla volta dell’inghilterra, somerset, nella ridente cittadina di shepton mallet, senza più contatti con il mondo esterno, a parte che con mia madre e con mia sorella, che all’epoca ancora sentivo.
Una telefonata a carico del destinatario, per domandare:
-L’hai più fatta quella vertenza?
Un’altra all’avvocato che almeno dice:
-non ti preoccupare la denuncia per estorsione è stata ritirata, resta solo quella per minacce.
Poi chiamate in giro per lavori migliori della fabbrica di salmone o di bibite alla vodka. Ed altri mesi scorrono, sotto la pioggia finissima e infinita, sulla landa piatta, tra parchi variopinti e funghi allucinogeni consumati a mucchietti.
Passavo di stanza in stanza, da solo, poi in mezzo a quattro tizi, rumori nel sonno che non sentivo più da quando dormivamo capo e piedi nelle baracche di aprilia.
Fuori era sempre grigio o buio. Le ragazze avevano quattordici anni ed i miei colleghi quarantenni perdevano la testa e loro facevano moine da zoccola navigata;
io la testa l’avevo persa da tempo, per nessuna donna o ragazza, ma per il clima, per le prese per il culo continue che la vita mi mandava, per le carte sul tavolo sempre troppo basse, per quei cazzo di portoghesi incapaci di imparare due parole di inglese per sopravvivere a quel mondo orripilante. La versione industrializzata e ricca di mirabella imbaccari, dove i civilissimi nazionalistissimi inglesi del sud si spaccavano la facce e le vetrate ogni venerdì sera e tornavano al lavoro al lunedì. Tantissimi facevano i vetrai.
Una sera distrussi una branda contro una finestra di quella che ci avevano spacciato per casa e che in realtà era un ufficio col bagnetto senza doccia nè cucina. Eravamo trenta uomini, di cui due in grado di sopravvivere e gli altri, semplicemente, troppo dementi per capire che se non puoi bollire l’acqua è inutile che compri pasta secca.
Feci quello che in galera chiamavamo “il botto”, cioè quando uno scapoccia per lo stare rinchiuso, per l’odore stantìo, per il bisogno di muoversi, per il bisogno di vedere le stelle sopra la testa e non da una finestra, per la necessità dell’uomo di essere libero e non, letteralmente, rinchiuso in una gabbia.
Lo scoppio con i portoghesi però fu controllato:
sfogai gli istinti evitando di spaccare la branda in ferro sulla testa di qualcuno di quei subumani, ed utilizzai anni di esperienza di palco per rendere credibile al massimo, quel mio gesto teatrale.
Volevo però che avessero chiaro che eravamo in un paesino, e che quelli non somigliavano ai loro connazionali, ma ai miei, ed i miei, gli stranieri, gli stanno sul cazzo, a priori. Per cui se non volevano trovarsi uno o più dei padri di quelle troiette minorenni che avevamo sempre di fronte casa, o tutta la comunità coi forconi e le torce, a dare la caccia al pedofilo, dovevano smetterla di fare gli imbecilli.
Se volevano scopare c’erano sicuramente dei posto adatti.
Mi presero sul serio.
Quando arrivò il capo dell’impresa che ci aveva fatto trasferire in blocco da Lisbona, gli dissi che ero stato io a sfondare la branda, e la finestra, e che quella non era la casa che ci avevano promesso (erano un appartamento ogni due persone, sull’annuncio a cui avevamo risposto) e che tagliare salmone tutto il giorno imponeva lavarsi, alla sera, noi e i vestiti.
Promise così tante cose che due giorni dopo io e l’olandese eravamo già in un altro appartamento, che ci eravamo trovati da soli, e tre giorni dopo, in un parcheggio di wells, la cittadina più piccola d’inghilterra, a detta del cartello, un italiano furibondo col coltello aperto e tante frustrazioni da mandare giù, e un olandese di nome antonio, con parentele millantate con elvis, ed un collo di bottiglia rotto, trovarono il capo.
Mi ero trovato in situazioni in cui mi ero messo a caricare sull’automobile del caso, i computer dell’ufficio da cui aspettavo l’assegno, perché l’assegno mancava.
Ed avevo notato che arrivava sempre il cash, quando la situazione l’affrontavi di petto.
Anche in quel caso. Più del necessario, tanto era nervoso il tizio che prese banconote alla rinfusa e ci disse:
-Un extra per il disturbo…
Sapevo che un giorno ne avrei parlato, nei miei racconti. Ma gli appunti in certi casi sarebbero stati fondamentali.
Tutte le cittadine attorno alla nostra si raggiungevano in autobus in dieci minuti e un pacco di soldi.
Abbonamento o biglietto giornaliero erano un salasso. Però c’era un negozietto che vendeva funghi proprio a glastonsboury, mezz’ora da casa. Il tizio del negozio era un frocetto che si era invaghito di me dalla prima richiesta che gli ho fatto il primo giorno:
-Hallo good evening, are you doing? Listen i want…i would like to have a good day…
Il mio sorriso deve essere stato davvero eloquente: non ero mai stato ad amsterdaam fino ad allora (dopo sarebbe divenuta una meta fissa per anni) così non sapevo proprio che effetto facesse comprare droga al banco, legalmente.
Un effetto fantastico.
Da quel giorno ho ingoiato semi di funghi hawaiani regalati a mucchietti, grammate ingurgitate sempre il doppio rispetto la dose consigliata, e nel cielo al posto dei miei vecchi amici gruppenfhurer, gli elefanti.
I nazisti erano spariti. Pensavo fosse un bene. Dicevo a me stesso che prendere tutte quelle cose mi serviva a capire, dopo quasi un anno dalla morte di F, come mi sentissi davvero.
Avevo percorso a piedi otto miglia di pianura padana inglese una sera che gli autobus dopo il turno in fabbrica erano finiti, parlando col mio amico morto, dicendogli:
– fra’ sei stato un coglione, non ti offendere, ma hai fatto una cazzata più grossa dell’altra. Per una storia d’amore, poi.
Ma lo sapevo che non era la storia d’amore il problema, era il concetto che avevamo dell’amore. Il possesso o lo scontro casuale. Nessuna via di mezzo.
La fiducia era una parola sacra, ma andava bene solo quando non si tradiva quella di un amico. Pena, l’infamia.
La donna invece era come tua madre: prenderla per il culo e riempirla di bugie ed essere sempre scazzato in sua compagnia, era l’obbligo di forma. Poi in camera da letto, dolcezze e ti amo ti amo ti amo, ogni volta che la bisogna lo rendeva così vero e necessario.
Da mesi ero praticamente un asceta drogato: palestra, pochissimo alcool, fabbrica dura, doppi turni, parco, droga, fumo in quantità distruttiva per chiunque. Canne di ottimo cioccolato vero, avvolte in cartine alla liquirizia e arrotolate nel tabacco drum da busta da 50 gr comprata di contrabbando. Filtro di cannella arrotolata in bastoncino. Le papille gustative di un palo di cemento.
I polmoni di un sigaro Habana. Il fisico di un asciutto buco del culo.
Il cazzo di uno che usa il cazzo solo per pisciare. Seduto, senza toccarsi troppo.
Non vedevo più i colori per quello che erano, vivevo sotto l’impronta viola di un cielo basso e viscido, in cui i riflessi negli specchi d’acqua erano sospesi come le foglie morte che galleggiavano a mezz’aria, disperse come me, in una linea mezzana tra cielo e terra.
Non posso dire altro se non che ero in attesa. In attesa di abituarmi a quella cappa scivolosa, al sidro di mela dei pub del somerset, che invece dell’industriale strong bow servivano produzioni autoctone, prive di gas e asprigne, odorose di fermentazione non troppo andata a buon fine.
In attesa di abituarmi alle loro donne tettone e col naso troppo grosso, il culo troppo basso, la risata troppo triste e sguaiata, come avevo sentito ridere solo nelle case occupate dove criminali e profughi si dividevano i territori e i lotti, in mezzo a un mare di operai troppo poveri e isolati, abbandonati al loro destino al punto di dover sfondare le porte e trovare un tetto per il resto di una famiglia che pare impossibile mantenere, con un lavoro regolare.
Non c’era un’ombra di tutti quei pipponi che avrei sentito anni dopo prima di ogni concerto o evento tenuti nei centri sociali occupati autogestiti, l’acronimo c.s.o.a. che sottintendeva una burocrazia di fondo anche nel pensiero all’apparenza tanto illuminato, dell’universo antagonista.
Queste ragazze inglesi, carine fino a ventidue anni e poi condannate a diventare identiche alle loro madri coi denti disordinati, dal ventitreesimo anno di vita in poi, non facevano altro che rafforzare l’alienazione che mi sentivo addosso come una seconda pelle. Ero un reduce a modo mio, con i miei morti sulle spalle, da trascinare con me a lungo, prima di lasciarli andare per sempre.
Quando tornai in italia era natale, volevo stare con mia madre, con lo straccio di famiglia che mi era rimasto e che, c’era da giurarlo, doveva essere preoccupato per l’andazzo che aveva preso la mia vita da anni a quella parte.
Dei fatti che mi riguardarono direttamente ma che coinvolgono l’intimità di altre persone, non parlerò, dirò solo che, l’eroina, era tornata a colpire a casa mia, e solo uno minimamente navigato poteva sperare di avere la meglio.
L’eroina è stato il nostro vaiolo, la nostra influenza spagnola, il nostro vietnam, il nostro shuttle sulla luna, il nostro presidente ammazzato, il nostro sessantotto, il nostro settantasette, in qualche modo era ovunque anche a volerne stare lontani.
Non c’è stato uno strato sociale che non ne sia stato intaccato, non c’è stata famiglia che non abbia avuto il suo episodio, come nei racconti di guerra in cui bombardamenti e morti ammazzati te li raccontavano le vecchie che preparavano la pasta all’uovo sul tavolo di cucina.
E per tutta la storia recente, almeno di questo paese, è stata una presenza costante che a tratti è sembrata scomparire per un breve momento, per poi tornare prepotente nelle strade, come un enorme macchia di olio su cui far sbandare l’auto di chiunque.
Una volta respirata l’aria di casa ed il profumo di passera, una volta che intorno tutti dicevano qualcosa che non mi faceva nessuna fatica capire, una volta che non dovevo tradurre per nessuno quello che avevano detto gli altri, il ridiscendere dall’aereoplano in terra d’albione mi sembrò veramente molto doloroso. Tutto aveva di nuovo perso ogni colore, ed in mezzo a quel grigio verde potevi sperare forse di incontrare il gliallo arancio di un ghigno sarcastico che avesse fatto guizzare un paio di denti dalle labbra di quei culi rossi.
Quando non vuoi essere felice la prima cosa che fai è che non ti poni obbiettivi.
La mia generazione cresciuta da donne sole ha come unica immagine degli obiettivi della vita, quella di uno che ha successo nel lavoro,e di conseguenza, secondo questi coglioni, anche in tutti gli altri campi della vita di un essere umano.
Mens sana in corpore sano è diventato conto in banca e stipendio fisso e tanto mi basta.
La qual cosa potrebbe essere non tanto incomprensibile se non che, questo capolavoro del pensiero yuppie che tanto andava negli anni ottanta, ha regalato al mondo, ad intervalli di cinque anni, una discesa nel più assoluto disinteresse nei riguardi del diritto in genere.
Ecco che il lavoro garantito e con un conto in banca e lo stipendio fisso, che prima era prerogativa di qualunque operaio, ora è un assioma che iclude esclusivamente categorie alte nelle graduatorie gerarchiche del lavoro: quadri e dirigenti. Tutti gli altri possono essere sostitutiti, declassati o licenziati a discrezione del datore, problema che, tralaltro, prevede l’sesistenza di uno straccio di contratto alla base dell’accordo tra datore e dipendente.
Negli anni ho svolto moltissimi lavori, a volte anche mestieri, sempre pagati col compenso adatto ad un apprendista. Tranne quando ho ottenuto accordi per il cottimo o contratti epici da una stagione strapagata per un impegno che prevedeva due giorni settimanali di divertimento e droga in quantità.
Più l’immensa soddisfazione di essere, per anzianità, quello che doveva fare a pezzi il direttore artistico della compagnia, un tizio che era stato assunto per discendenze evidenti tra piazza ungheria e viale bruno buozzi.
E che tranne la spocchia da idiota, non sapeva nulla di come si svolgono lavori di quel tipo, e di come si trattano squadre i cui componenti possono farti a pezzi con una mano mentre con l’altra si sistemano la linea per il cablaggio.
Ma i casi in cui ho firmato un contratto che lontanamente prevedeva dei benefici anche per me, sono stati veramente pochissimi, e se considerate che siamo ad un punto in cui in un mese, per lavorare, puoi arrivare a doverne firmare fino a venti, di contratti, il fatto che siano stati pochissimi quelli minimamente vantaggiosi, diventa una realtà che può essere stata partorita solo da forze del male molto molto organizzate, nella loro assoluta avidità.
Una volta ritornato in fabbrica dove stavano per rinnovarmi il contratto, aumentandomi lo stipendio e elevandomi di rango, come autista del muletto, resistetti forse una settimana, poi diedi le dimissioni, feci i bagagli e tornai in italia.
Dopo qualche mese venni addirittura raggiunto da un saldo sul mio contratto inglese, e già l’immagine di tanta precisione e fiscalità mi appariva incomprensibile, paragonata a quella di questo canotto sfondato che già era questo paese.
Quando non vuoi essere felice la prima cosa che fai è che non ti poni obiettivi.
La seconda è che te ne poni di irraggiungibili.
Ma l’unica che fai davvero è che non ti domandi mai, se davvero è questa è la vita che vuoi.

L’INTERMEZZO DELLA SCIMMIA

Erano lande e laghi, foreste e fiumi, acqua e cielo si confondevano lungo una linea curva all’orizzonte, nessuno uccideva nessuno, nessuno comandava nessuno e c’era abbondanza e prosperità. I fiori sbocciavano selvaggi come bocche esplose al sole, il cielo si oscurava e potevi osservare l’ombra delle nuvole dividere in due la vallata, come assistere al giorno ed alla sera nel medesimo istante, fino a che un colore uniforme si stendeva sul tutto.
Non c’era ragione e non c’era regione, gli alberi davano frutti che cadendo sul terreno divenivano cibo fresco e nuovo concime per l’albero stesso, i figli seguivano i genitori fino a che non arrivava anche per loro il tempo di fare altri figli, che li avrebbero seguiti, mentre i vecchi venivano ascoltati, coccolati e rispettati, i figli venivano amati, e tutto era perfetto.
Il variare del volo degli stormi, il freddo, il caldo, le diverse piante e frutti ci davano il senso del tempo grande che passa, le nostre gambe e quelle dei nostri piccoli, ci davano il senso del tempopiccolo che passa. Seppellire i nostri morti ed ascoltare il dolore che lascia lo spazio alla nostalgia e poi al ricordo affettuoso, ci dava il senso del tempo immenso che passa. Quelle erano i nostri giorni, le nostre ore, i nostri anni.
Fino al giorno che ascoltammo il pianto delle madri. Una canzone, un lamento, una preghiera, era tutto in quelle voce affrante, straziate, anime ridotte come stracci trascinati dal vento sui rovi, tutti corremmo, senza spingerci, senza calpestarci, ognuno attento a chi era più piccolo di lui, dalla più enorme delle creature fino alla più minuta, ognuno aveva il suo passo affrettato e non c’era ragione di aggiungere premura, all’ansia che, certo, stava sconvolgendo i loro piccoli cuori come stava sconquassando i nostri. Come quello della creatura enorme che rimbombava come gli zoccoli di un cavallo contro una gabbia toracica così possente che poteva imprigionare un paio di noi.
Il fiume diveniva rosso, ed anche se era solo il disco del sole che si andava a spegnere contro le acque del grande mare, sapevo che c’era del sangue e che non doveva esserci, in quel cielo funesto.
Gli alberi presero ad essere scossi, un vento freddo li faceva tremare, in quanto a noi, ci stringemmo ancora di più, tutti, gli uni agli altri, ed i più minuti e minuscoli venivano issati sui più grandi, per scaldarci, e piano ci rendevamo conto che quello a cui stavamo partecipando, era un corteo funebre.

Capitolo quattro:   il lungo Inverno

26 Mag

Il figlio del direttore del gazzettino tiene in mano una telecamera costosissima, di quelle che si prestano tra loro i figli dell’alta società devoti a burroughs e kent mclard, e che non ricordano più di chi è se è di qualcuno, come fosse un portachiavi.

Una telecamera di quelle che io ed il tizio che mi sta facendo la pera mentre siedo sul suo letto, sotto l’occhio attento che l’obiettivo nasconde,  non potremmo mai nemmeno pensare di trattare con tanta noncuranza;

non abbiamo smanie da filmaker, ma ci piace tirare fuori quello che si può da tutto quello che abbiamo davanti. Soprattutto se ha un fattore fattogeno che potrebbe investirci.

Suoniamo assieme, dormiamo spesso nella stessa stanza, spesso nello stesso letto, ci facciamo, mangiamo dividendo quello che troviamo.  Il tizio è più vecchio di me di qualche anno, allora sembravano tanti, ora molti meno.

Fuori pare piovere sempre o essere sempre scuro e buio, e quando finisco su una spiaggia di solito è di ritorno da una nottata infinita. Mangio nei pub e nelle pizzerie, a volte litigando coi barboni per gli scarti che regalano a fine serata anziché buttarli, per portarsi via il cartone pieno di ritagli e croste indurite.

L’accento dei ragazzi come il figlio del direttore del gazzettino è così poco romano da avere un’etimologia ed  una melodia a sé. Una cosa a metà col cantilenare lamentoso degli ebrei  (quand’ero ragazzino dire una cosa detta così non faceva venire in mente a nessuno che eri antisemita) e il melodizzare accenti sbagliati tipico del nordico generico.

I ragazzi come lui erano il futuro, ad averlo capito all’epoca, perché il  loro  futuro non era mai stato messo in discussione.

Io già sentivo in bocca il destino per quello che era: tagliente e amaro, come un ago che ti graffia la lingua dopo che te lo sei sfilato dal braccio.

Montavo palchi e scopavo con delle tali, tizie a caso, vecchie amiche e nuove fiamme, mi fidanzavo0 anche a lungo con delle altre, e vivevo con loro. Una discendente di nobili piena di soldi e di aspettative diverse dalla mia, mi ha insegnato l’ostinazione a volersi tenere qualcosa che ti rifiuta apertamente. Mi ha insegnato anche a fingere interesse o disinteresse a seconda, mi ha insegnato che una donna può incassare e colpire, molto più forte di un uomo.

Arrivavo in questo salotto bene, al piano di sotto di un appartamento super-bene, dove pranzavo la domenica sentendomi dire:

-sembri un serpente, copri quel braccio che mi fa impressione

Per via dei tatuaggi verdastri, per via della diversità nostra reciproca che trasudava dai discorsi. Loro a raccontare vacanze e posti, io a ricordare altro, nel silenzio della mia testa, dove dovevo tenere per me che ero orgoglioso di avere scelto il carcere anziché indossare la divisa, e moltissime altre cose. Loro che trovavano divertentissime le imitazioni che faceva quel la pertica inquietante del fratello piccolo, della cameriera romena. E che ridevano ad ogni imitazione di romanità resa sempre grottesca in quanto espressione dialettale.

Immagino che per i genitori, veneti d.oc. dovesse essere divertente davvero, ma lui stesso era nato qui, e sarebbe stato naturale alla sua età avere un minimo di inflessione indigena, invece era assolutamente privo di ogni origine che non fosse economica.

Immagino appena le imitazioni che può avere fatto di me. Che guardavo la cameriera romena e pensavo a mia madre a rifare mille letti al giorno, piano per piano, coi carrelli. Una cameriera di altro rango, anche lei.

Appena potevo scappavo al pub, in una busta, nelle siringhe, nel chiacchiericcio, nella folla con la figa intorno che invece, tutte le mie cose, le trovava apprezzabili e per nulla da nascondere.

E sapevo, mentre bevevo snakebite al banco parlando col barista inglese, che ogni cosa sotte certe luci diventa “fighissiiiima” o “tremeeeenda”, ma faceva bene in qualche modo essere sotto quelle luci.

Suonavo in un gruppo che non faceva mai concerti, fuggivo dietro la ragazza dal sangue blue su a Barcellona, poi tornavo, mangiavo oppio, bevevo tantissimo, fumavo come una locomotiva a vapore, dormivo minuti per notte, avevo meno di trentanni e niente da fare o da perdere e non credevo veramente più in niente.

La vita era litigare al cantiere, infilarsi il completo elegante, andare al s.e.r.t. dichiararsi tossicodipendente, chiedere il metadone, brindare e scolarsi tutto, uscire al sole improvviso, godersi il tepore e il salmastro sulla lingua che si arrovella dentro la bocca senza arrivare a nulla.

Infilare le cose in uno zaino, arrivare ad un appuntamento di notte con un camionista e salire su per andare a montare il tour di uno, sfatto e smorfato, pieno di metadone in corpo e cannoni in tasca, disturba se fumo? Chiedi al camoinista che dice sempre no, fumo canne? Spesso dice ok e ti smonti sul sedile, senza patente, senza impegno che non sia tirare giù il culo entro poche ore e cominciare a scaricare, dividere i pezzi per il palco, per la regia, per la cabina, srotolare i cavi fino ai generatori sottopalco, nei cunicoli pieni di vecchio ciarpame, polvere e sorci e una carta di patatine dell’età di mia madre, poi riemergere, farne una, darne una, aprire una birra e ricominciare a sudare dietro i carrelli, i flight case, le strutture, che piano prendono forma mentre piccoli omini neri fanno correre le ruote o alzano i supporti, stendono rotoli consunti di moquette per isolare questo o quello, si parlano nelle radio, bisogna uscire fuori e dare una mano al camion a fare manovra, e poi la sera finisce, non ricordi di avere visto uno spettacolo intero nei ventanni che hai fatto queste pagliacciate.

La vita era sparire dal mondo per un po’ e tornare per poco. Il fatto chefuori dalla città ci fosse sempre il sole e in città sempre il buio e la pioggia, aiutava a non sentire per niente nostalgia di casa, tranne forse qualche volta, quando mi rendevo conto che casa mia non esisteva, ero solo uno che viveva a casa della ragazza del momento, che era il mio padrone di casa ed il mio sponsor sotto molti punti di vista;

Avevo un prototipo di portatile ereditato dal tizio più vecchio , quello che mi faceva la pera all’inizio del capitolo. Su quello scrivevo, smorfavo, passavo il calo pesante dello speed sullo schermo a tracciare una storia di cui non ricordo altro che era lunga, grigia, fredda, impersonale.

Un po’ come tutto quello che vivevo in quel momento.

Che cazzo ne sapevano tutti di cos’era il bum cha e che effetto facesse nelle orecchie di uno convinto che della musica la cosa importante fosse sentire il sangue di chi la faceva che ribolliva attraverso ogni suono messo sul nastro?

La tecnica per me era importante come la cronaca, e non ricordo mai in vita mia di avere avuto idea di che guerra stessero combattendo e dove, sapevo solo che ogni tanto bombardavano e raccontavano a seconda del paese che sganciava le bombe o faceva saltare i razzi, che era un paese criminale o che era un paese che stava difendeva la democrazia.

Il senso critico l’ho acquisito attraverso la visione dissacrante e grottesca, fornita da film come matrimonio e divorzio all’italiana, i mostri, pane e cioccolato, per grazia ricevuta, certe espressioni del principe antonio de curtis, il tutto paragonato al vissuto, ai miei parenti siciliani rinchiusi in un’isola minuscola di qualcosa che non esisteva più, sulla carta, nemmeno in sicilia, e manco più al paesello.

Al paesello, che era come gli ascolani chiamavano appunto la natìa ascoli piceno, c’ho trascorso del tempo poco dopo la scarcerazione, dopo un’avventura nell’azienda agricola a dare da mangiare alle vacche, dopo l’ennesimo scontro con mio padre che, generoso, aveva aperto un pub a san lorenzo dandomene un terzo della gestione e nessuno stipendio, in un periodo in cui le cose che iniziavo duravano un massimo di quattro mesi, comprese le storie d’amore.

Ho fatto il restauratore lapideo per un po’, grazie all’intercessione del mio amico spadaccino chitarrista anziano, che all’epoca era una sorta di tuttofare delle ditte di restauro che avessero un ufficio a roma. Con lui sono stato sul tempio di nettuno a paestum, dove,  tra i piani del ponteggio, ogni tanto mi fermavo a parlare con la mia oramai ex fidanzata bassista tatuatrice, e da che ero uscito dal portone di altamura bari, non aveveo fatto altro che correre dietro all’idea della mia fidanzata, ex, amante,  amica, nemica francese. Ogni cabina telefonica era un ottimo pretesto per fermarsi e tentare una chiamata, ottenere risposte degne di regina orioli su ovosodo e rimettersi a impastare malta con la frusta elettrica da mezzo metro montata al trapano;

A casa, nell’appartamento di noi operai maschi, c’era una batteria da bambini, con le sordine, amplificatori, un indiano, un napoletano colto, un ex tossico dell’area garganica, un batterista romano troppo illuminato che andava avanti a psicofarmaci ma che, nonostante tutto, è stata una delle persone più lucide che abbia mai incontrato, un tale figlio della borghesia artigiana romana: scultori, docenti di restauro, artigiani qualificatissimi, non abbastanza per essere definiti artisti, ma oltremodo influenti, un assurdo su due piedi, coi capelli da folaga, le espressioni facciali del demente che solo lui coi muscoli del viso ed andrea pazienza col tratto-pen e il foglio, sono riusciti a esprimere così accuratamente;

poi c’erano delle chitarre e io, che le guardavo come un neo adolescente guarda la signora prosperosa: con un misto in egual misura di voglia fortissima e impossibilità anche solo di rendere il pensiero appena più che tangibile.

Non sapevo proprio fare altro che un tristo accompagnamento da chiesa, tre accordi, e non mi raccapezzavo del fatto che fosse evidente a tutti che la musica che più mi piaceva, fosse accessibile proprio a tutti. In fondo, mi dicevano, sono tre accordi…

Sui fogli di carta scrivevo in stampatello, massacrandomi di antidolorifici, arrivando a prenderne 15 in un giorno, una storia allucinata intitolata “svastica” in cui questo tale torna a casa dopo una lontananza forzata per non meglio precisate cause, e vuole solo avere la vendetta che pensa spettargli, sulla donna che lo ha tradito e su tutta quella parte di gioventù caruccetta che stava prendendo forma, perdendo l’accento e l’educazione, perdendo il senso della misura e delle cose.

Intanto mi sparavo pastiglie colorate farmacologiche e fumavo tanto, tantissimo, e lavoravo senza vedere mai una lira, in una sorta di limbo col pranzo pagato e la spesa collettiva per cena, ognuno mette quello che può. La paga ogni tre mesi, fino a che mi hanno detto che quel lavoro non faceva per me:

-queste sono cose per chi ha famiglie alle spalle, pronte a sostenere le spese nei periodi in cui si definiscono i contratti, che sono tutti a termine, a collaborazione, quando ci sono…

Un invito a tornare a roma, da quella ragazza francese che mi aveva fatto diventare scemo, facendomi tatuare il suo nome sull’avambraccio alla modica età di 21 anni, con tanto di “por vida” a epitaffio futuro.

Facciamo un salto indietro:

A roma era inverno, spesso, anche quand’ero ragazzino. Soprattutto quand’ero ragazzino. Quando le condizioni, atmosferiche o nevrotiche che fossero, che ti circondavano non lo consentivano, non uscivi.

Quando venivano a farti visita, non uscivi.

Quando porco dio, non uscivi.

E stavi seduto ore sulla stessa sedia per non sentirti chiedere:

– dove vai?

Ogni malaugurata volta avessi voluto alzarti per

  1. Pisciare
  2. sgranchirti le gambe addormentate
  3. scorreggiare lontano le pastarelle appena ingurgitate, per non addormentare per sempre la zia carlotta

Ci trovavamo così, a un certo punto, ospiti di tizi, pure noi perché se i tuoi andavano a trovare qualcuno, non uscivi.

I tizi in questione erano una collega di mia madre, suo marito carrozziere ed ex ballerino televisivo dei tempi del bianco e nero  della rai, le figlie e un tale, amico di famiglia, che aveva inciso “carcere” sulle rughe profonde della fronte.

Il tale aveva dei tatuaggi, la donna sulla panza che balla se muovi l’ombelico, la sirena sul bicipite e varie altre sciccherie.

Alcuni ti dicevano:

-me voio tatuà luna park sotto la panza, colla freccia che indica giù

Altri lo avevano fatto davvero.

Fatto sta che la fascinazione per i tatuaggi non mi è venuta per chi li portava, ma per il fatto che fosse una cosa che in un attimo diventava un’ombra che ti avrebbe accompagnato per la vita. Possibilmente anche per ricordarti quanto sei stato stronzo in una data particolare, per tutto il resto dei tuoi giorni. In mezzo a tante cose, tante maniere di affermare una propria identità attraverso un’estetica determinata, quello mi sembrò forse l’ultimo retaggio che ci legava ai tempi dei cacciatori e dei raccoglitori, a quando per essere uomini non era sufficiente pisciare in piedi in un cesso che verrà pulito da altri.

Non avevo idea come nessuno, della deriva che ne sarebbe seguita, ma tant’è, non ne rimpiango neanche uno.

Ho iniziato un pomeriggio, per mano di un pianista rock and roll, che è stato il migliore amico che potessi avere per un po’, fino a che le nostre strade non si sono separate per sempre.

Avevamo 15 anni io e 14 lui, un ago, il filo, l’inchiostro pelikan e nessuna idea di come fare. Volevo scrivermi una frase sul bicipite, e venne qualcosa di indefinibile.

Lo portai comunque fino a che non venne coperto da un cuore nero, molti anni dopo.

Quando mi tatuai il nome della ragazza francese sapevo per certa solo una cosa: lo facevo perché il nome che portava aveva un bel suono, si fosse chiamata concetta, por vida, me lo sarei scritto col cazzo.

Quando lo guardavo, anni dopo, sotto una doccia, con una donna di milano in camera sul letto, ad aspettarmi nuda e profumata, calda e fragrante su lenzuola lerce e croccanti, mentre la carne si apriva sotto la lametta che avevo rotto dal rasoio, vedevo i tessuti come fossero bacon, distinguendo il punto in cui l’inchiostro finiva e cominciava un tratto sottilissimo di pelle e poi la carne.

Volevo cancellare il nome con le cicatrici. Mi ero già bucato l’uccello a londra una vita prima, in un’epoca in cui ancora tutti si scioccavano ed io mi divertivo a farli rabbrividire o incuriosire all’idea.

Un paio di scarificazioni di più che differenza avrebbero potuto fare?

Mio zio barbiere una volta, quando ero straight edge, mi fermò fuori dal negozio e mi disse, accorato:

-Gianluca, guarda che ti hanno visto che ti bucavi, dalla finestra del salotto.

(la finestra del mio salotto dava su una ferrovia, ed ero straight edge)

Non cercai nemmeno di spiegare, gli assicurai solo che non era vero.

Un paio di scarificazioni in più in un ambito mi avrebbero garantito qualche pompino, in un altro meno possibilità di integrarsi in quello che mi si cominciava a palesare davanti come il “mondo del lavoro”

La tatuatrice bassista in un momento di pragmatismo troncò la nostra relazione dopo cinque anni, non per le corna reciproche che pure erano ragguardevoli, me per la mia scarsa affinità al concludere qualcosa.

Ecco un argomento che avrebbe messo d’accordo la mia professoressa di italiano delle medie, mio padre, mia madre, molte mie ex e i ragazzi che hanno suonato con me per anni:

Gianluca è un inconcludente.

Spero che la scimmia si renda conto dello sforzo che faccio per mettere a nudo tutto, e finire questa sorta di confessione finale, ora che tutto si sgretola al tocco e le nubi rossastre mangiano l’orizzonte.

Almeno questa cosa voglio finirla, mentre dovrei fumare molto meno, come mi ricorda il dolore persistente al  mio polmone infetto.

Oppure voglio morire dopo avere finito questa cosa, lasciando colonna sonora e storia della mia vita, alle scimmie che verranno a bere da quelli che saranno i nostri crani asciugati al sole, brindando come noi abbiamo brindato alle disfatte degli imperi mentre si insediavamo cancellando le impronte di chi c’era prima.

Durante il lungo inverno la serbia creava e disfaceva alleanze, la jugoslavia era scomparsa, il golfo continuava ad essere un problema, la mafia, nonostante gli attentati avessero militarizzato palermo e limitrofi, sembrava  in una fase di stallo, e le chevalier era al potere.

Tutti i politici di cui non mi era mai fregato un cazzo, all’improvviso non c’erano più;

Gli stessi nomi che avevano gridato generazioni erano spariti, craxi, berlinguer, fanfani, natta,spadolini, forlani, erano stati sostituiti da nomi nuovi, facce pronte per le caricature, scandali, mani pulite, la seconda repubblica, tutto avveniva tra un balletto e paperissima, tutto succedeva mentre noi eravamo fuori a cantare i cori e prendere i treni a sbafo, a farci le nottate all’addiaccio, vivendo il no future perché a ventanni non puoi fare altrimenti, poi prolungandolo, quando ti accorgevi che molti e più giovani di te, un’idea se l’erano fatta, studiando, leggendo, parlando di altro che non fosse droga, fica, gruppi, droga, gruppi, fica, ad libitum.

Nel frattempo la cappa grigia che come un cappello riparava la città dal sole,  rendeva l’orizzonte così vicino che in confronto, quello che si vedeva da mirabella imbaccari era la promessa di un futuro vasto e sconfinato. Fatto di almeno due giorni, possibilmente tre, se ti sposavi.

Quello che vedevamo noi era il panorama offerto da una finestra che c’eravamo presi lo scrupolo di murare.

Oltre il no future c’è solo vivere nel rimpianto che non sia ieri, come un paradosso dickiano, ed ecco che la letteratura, la musica e la vita vera si intrecciano, manco fossi stato, all’epoca, un giovane autore di canzoni e racconti lunghi e brevi.

Durante quella lunga estate che era stata l’epoca attiva sui palchi dei concerti hc, avevo vissuto preda dell’effetto misto dato da euforia vera, entusiasmo al parossismo, poi un mix leggero di alcool e fumo erba, poi piano pasticche e acidi fino alla deriva totale in cui avevo dato forma ad una fantasia maturata durante le letture adolescenziali.

A tredici anni avevo deciso che, una volta certo delle mie capacità e possibilità di correre ai ripari, avrei provato quell’incubo informe che era l’eroina per tutti noi dei quartieracci.

Ero sicuro che avrei potuto farmi senza farmi male come Franco morto di aids o Scaramagai che girava per la stazione trastevere ridotto l’ombra di se stesso, che, dopo averci terrorizzatoi bambini, si era dovuto rendere conto che i bambini erano cresciuti. L’ho incontrato una volta che avevo diciott’anni e mi arrivava allo sterno, e pesava come un mio polpaccio, vestito.

Il cane zoppo e secco che si fa servizievole verso il doberman sbavante, coda tra le gambe e orecchie basse.

A volte nemmeno un pestaggio arriva a schiacciarti come quando ti arrendi così miseramente, prima di tutto a te stesso, rendendoti conto di non avere possibilità altra che non sia fare pippa.

Ora che l’estate e l’autunno morbido, durante il quale è morta tantissima gente, quasi sempre a ottobre per un po’, sono finiti, è iniziato l’inverno iniziatico in cui annientarse se stessi percorrendo molte delle strade meno consigliate.

La consapevolezza di avere lo stesso numero di cose da dire ad un pusher sdentato che ha trascorso buona parte dell’esistenza in galera, ed a un bassista di roma nord che pensa di aver votato l’esistenza all’autoproduzione mentre esce dall’ascensore direttamente in salotto,  mi aveva fatto scegliere di frequentare più la prima categoria che la seconda. Per un po’ avevo vissuto con la francese e prima ancora con un’artista trasferita in borgata, nel quartiere dei fuorisede calabresi e dei criminali autoctoni, vendendo ashish in piazza, prendendolo dal vecchio di zona a saponette da 250 gr per volta,  ogni tanto, finché era vivo F  tentando pure il mezz’etto di cocaina, salvo poi andarci sotto come deficienti, finendolo in un attimo e mettendoci troppo a ripagarlo.

Il cielo era sempre scuro, anche se ogni tanto il destino provava a salvarmi mandando qualcuno a riprendermi per i capelli e darmi una tregua dalla vita di città.

Il lavoro che facevo con più assiduità era sempre quello di caposquadra per una ditta di facchinaggio, anzi, il crewboss per gli stagehands, perché si parlava di concerti quindi non bisognava mescolarsi coi facchini degli alberghi, almeno a parole, essendo il nostro un lavoro semispecializzato.

Quello che mi rese più soldi in assoluto fu il periodo in cui i peggiori elementi possibili vennero scelti come macchinisti per gli spettacoli degli spogliarellisti californiani.

Crew di tedeschi.

Non credo di avere mai raggiunto un livello così alto di napoletanità (insita nel dna italico meridionale, evidentemente).

Sono arrivato a vendere una canna di albanese ed una di ciocco maroccato all’equivalente di 70 euro attuali, quando c’erano le lire.

15 giorni di compravendita ininterrotta di qualsiasi materiale proibito nell’ambito della farmaceutica illegale.

Speed, cocaina, supermen come se piovesse, l’anfetamina era divenuta lo strato superficiale che rivestiva i nostri corpi.

Un quantitativo di canne girate fumate e stuccate che faceva impèllidire quella gente abituata a prendersi una pasticca e venire a letto.

L’ultima sòla gliel’ho data a torino o a bologna ad un tale tudèsc che voleva l’erba, 50 gr. Dammi i soldi che te la porto in quest’altra città, gli ho detto. Il quantitativo di soldi sufficiente a pagarci un mezzo chilo, in anticipo, contanti contati e fruscianti.

Inutile dire che non sono mai arrivato in quella città.

Nel frattempo mi stavo per sposare con una delle costumiste inglesi del gruppo di spogliarellisti californicante.

A parte che era veramente bella, non vi nascondo che ero superlusingato che una tizia circondata da tutti quei baldi muscolosi fucker, spesso con degli uccelli davvero ragguardevoli, non li guardasse proprio per impazzire per me.

É una cosa che colpisce, vi assicuro.  Anche scoprire che il tuo potenziale suocero è un devoto di bukowsky, del flipper e di elvis.

E’ sulle note di you were always on my mind che domandi la mano di questa figlia d’albione ai suoi genitori durante il Sunday lunch, completamente ubriaco, per dimenticartene una volta che il disco è giunto a i want you i need you i love you.

Al mattino del lunedì  un ciuffo spettinato si sveglia prima di te per il mal di testa. Arrivi a realizzare tutto l’accaduto verso l’ora di pranzo. Nel pomeriggio comprendi silenzioso che, forse, hai fatto una cazzata.

Non che non sia una donna stupenda, per carità, ma.

Ma non vuoi sposarti, cazzo. E non sopporti più quella specie di cavallo pazzo che ingurgita birra e chiacchiera con tutti, e che ti vive dentro come una tenia.

E’ sempre lui che combina questi casini, che dice ti amo ad una perché sta facendo un gran lavoro di bocca, o che prende per il culo un tipo perché può permettersi di farlo. Bastardo vigliacco, che è. Si approfitta del fatto che le situazioni mi schiacciano, e prende il sopravvento.

Per fortuna, bastardo vigliacco, sa anche sempre, o spesso almeno, come venirne fuori.

L’odio che provo per me stesso mentre al piano di sopra ascolto gli antiheros di heros and zeros e faccio flessioni e addominali, e lei al piano inferiore sul divano guarda oprah e jerry springer e io penso che quello è ciò contro cui hanno combattuto molti altri prima di me, in quella landa piatta e piovosa che l’inghilterra.

Non facciamo a tempo ad essere felici che mi trovo su un aereo con una scusa qualunque, tipo i documenti necessari per il matrimonio, che invento sul momento, e bye bye alla famiglia smiths.

Il freddo non lo sento per quanta droga ho in corpo. Gli amici mi vengono a prendere al  treno quando torno dai posti, dagli aereoporti o dalle stazioni, col fumo appizzato, o col rotolo di banconote gonfio da finire entro breve.

Il tetto e le pareti di roma sono un pub di bulldog dove andiamo, e quelle sporche e spoglie delle stanze in affitto, riempite all’inverosimile di mucchi di panni lavati e lasciati a prendere pieghe che non verranno mai più via.

Cassette registrate e cd, i vinili resistono ma sono un tesoro difficile da conservare in determinate circostanze.

Tempo prima, direi verso l’autunno della gioventù, dopo la cooperativa agricola alle porte di roma, dopo l’avventura fallimentare nel restauro, mi si presenta l’occasione di andare a lavorare in un cantiere a l’aquila (pre terremoto), però devo mettermi subito in viaggio con un bel po’ di roba nelle borse: a l’aquila fa freddo e ti devi portare coperte e giacche, mi avevano detto.

Non faccio a tempo ad arrivare in città che ho un disguido telefonico con la tizia responsabile del cantiere di restauro.

La sfanculo e telefono ad un amico di ascoli, e vado per un po’ a lavorare con i cavalli, a bere il vino buono, a farmi venire le crisi mistiche, fino a che coi cavalli ci comincio a parlare.

Ho così bisogno di una donna, di amore e calore, che mi scopro a trattare una cavalla araba con un affetto strano, niente di morboso, solo che il suo sguardo oltre a quello di animale diviene quello di femmina, e con quello mi trovo ad empatizzare in massima parte, e a comprendere perché a volte sia triste e altre sia così entusiasta, invece, di uscire e correre libera nel tratto ampio che ogni tanto anch’io, ho contribuito a recintare.

Sono lontano da roma e mi manca in quel modo sano in cui ti manca qualcuno che ti fa male: sapendo che devi stargli lontano proprio per i motivi che più ti mancano. Che sono quelli per cui ogni volti ti stanchi e cerchi di sfuggire.

Quando sono uscito da una casa di monte mario, per andare a prendere l’autobus direzione corriera per l’aquila, avevo con me le borse con le coperte e il cambio pesante più un valigione.

Un valigione pieno zeppo che ho gettato nel cassonetto appena uscito dal portoncino del palazzo dove abitavo, in una stanza.

Un valigione pieno zeppo di dischi di vinile. Il mio passato in forma di derivato del petrolio pressato a caldo sul clichè inciso da puntine ultrafedeli nel riprodurre la musica solco per solco, foro per foro, in un inintervallato giro della vita e della morte fatto di scoscese e pendìi, salite e dirupi.

Copertine stampate in copie limitate comunque, di etichette sparite nel tempo e nella memoria, vinili di colori e trasparenze inimmaginabili, impasti di bianchi e viola, facciate decorate da incisioni grafiche che riproducevano la copertina, capolavori industriali usciti da piccole officine, tutto gettato nella pressa dell’immondezzaio comunale.

All’inizio dell’inverno iniziatico ho ucciso una parte di mestesso, ho ucciso il bambino ed il ragazzo che ero, per lasciare spazio ad un’ombra che nessuno avrebbe potuto disegnare.

Il capitolo dei tatuaggi prosegue lento paragonato ad oggi, ma velocemente per l’epoca. Dopo gli sfregi fatti dalla bassista tauatrice, il bracciale fatto cogli aghi a mano da una tizia in grado di ammazzarmi a cacciavitate per non averla salutata, colpevole la mia miopia, dopo l’osanna al mio quartiere e la promessa “por vida” alla tipa francese, tutti esperimenti del mio amico che ci aveva mandati bevuti dalle guardie del parco tanti anni prima,  e che ora è un signor tatuatore che definirei affermato, se non sapessi che poi lui mi piglierebbe per il culo, mi ero fatto tatuare una sedia elettrica sul petto da un altro signor tatuatore attuale, e che allora muoveva i primi passi.

Ero rimasto folgorato dalla visione di cry baby,ed ero un appassionato delle derivazioni acide del r’n’r e dell’immaginario che esso si porta dietro (cent’anni prima che questo divenisse costume abituale, quando la nicchia era davvero una nicchia), e sentivo che quella sedia sul petto me la meritavo per molte ragioni. Ed era prima ancora che finissi in carcere, in quel periodo limbo in cui sapevo di dover andarci per forza, una sorta di anno sabatico durato tanto, donato al condannato sapendo che non potrebbe concludere altro, avendo un inderogabile appuntamento che lo priverà della libertà per un periodo definito.

Fatto sta che quella sedia elettrica tanto aveva inorridito gli alterna ben pensanti:

-Ma che sei a favore della pena de morte?

Mi avevano chiesto.

Credo di averlo detto anche io, in altre occasioni, anticipando la domanda. Quelle domande tipo:

-Ma che manco er preciutto te poi magna’?

Che ti faceva la gente quando gli dicevi che eri vegetariano o vegano a seconda del periodo.

(cosa che sono stato per molti anni tanti anni fa, quando ti chiedevano se fossi un nemico di goldrake)

Dicevo, fatto sta che quella sedia elettrica mi ha regalato tante esperienze e tanti altri tatuaggi fatti da persone che apprezzavano e rispettavano le mie scelte estetiche e che, addirittura, volevano metterci mano anche loro.

Un cristo ed una madonna, per esempio, teschi e rose, mani giunte in preghiera;

alcuni fatti per affetto, altri per esperimento, altri per sòla e altri per amore.

In galera è stata una sorta di feticcio che ho usato anche, per convincere altri detenuti che non ero proprio un pivello (anche se sotto sotto sapevo di esserlo, sperando solo che la mascherata reggesse), fuori è stata altro, che ha fatto effetto fino a che, un giorno, andando in spiaggia come un recluso che esce dopo vent’anni, mi sono reso conto che tutti erano pieni di pezzi enormi, colorati e completi, tutti erano divenuti esperti e appassionati di quel lato del tatuaggio di cui non mi era mai fregato un cazzo:

quello fashion, decorativo, impersonale, industriale.

Non ho  niente o quasi contro l’industriale quando è ben fatto e duraturo, ma ritengo che per certe cose ci voglia una mente artigianale e soprattutto abituata alla clandestinità, allora il disegno che spunta fuori dalla manica e che lascia intravedere un seguito che è costato dolore, ha un senso, altrimenti è solo un altro modo di soffrire per l’estetica, come farsi fare le tette finte o impiantare le corna in fronte. Noi occidentali abbiamo cancellato la spiritualità da ogni nostra azione, nel giro di un secondo, sostituendola con il puro senso estetico stabilito da esperti di marketing.

Il “per il resto della vita” insito nell’azione stessa del marchiarsi la pelle, è stato sostituito con uno “sbrigati a fartelo” che trapela da tutte le braccia coperte d’inchiostro che sono fioccate da un giorno all’altro.

Quello stupido spauracchio che ci veniva propinato ogni volta da adulti saggi:

-e se quando sarai vecchio ti pentirai?

Mi suona in testa ogni volta che vedo un diciottenne coperto di pezzi enormi;

Solo che mi domando:

-e se poi tra dieci anni te ne volessi fare uno completamente diverso?

Solo che già mi so rispondere da solo, almeno in quello non c’è differenza generazionale che tenga, ed è la stessa risposta che davo io, e grossomodo suona come un ridondante “ e sti cazzi?!”

In quel di ascoli, fatto sta, mi tatuarono un gesù cristo molto in anticipo coi tempi, che mi ha regalato anche occhiatacce nel corso dei rave illegali ai quali avevo preso ad andare con assiduità.

Partivamo con gli ascolani alla volta di roma, con bibitoni di latte, maria e tripponi sciolti dentro, alla volta del pusher di fiducia, pronto coi soldi in mano, a comperare per il gruppo.

Ogni tanto un’amica con un bacio fugace mi lasciava scivolare in bocca un cartoncino, che succhiavo fino a che le nuvole non si aprivano e tornavo a vedere i nazisti all’alba, nel cielo rosa.

I cavalieri dell’apocalisse portavano i cappottoni delle s.s. e guidavano i loro cavalli fantasma nel cielo lungo il tratto della colombo, ed io fissavo per aria domandandomi come mai nessuno se ne ravvedesse.

Tornavamo ad ascoli dopo due giorni, anche tre;

a volte mi staccavo dal gruppo e riemergevo da qualche parte attorno al mercoledì, prendevo il cammello (che era il modo in cui chiamavano il pulman) e tornavo a lu paesello.

Sfogavo tossine sugli appennini, tra merda di cavallo e pali di legno dolce da ficcare nel terreno, pettinavo gli appalooza e tornavo dalla cavalla araba, colpevole d’essere sparito per tutti quei giorni. Lavoravo in cambio di vitto e alloggio e un pacchetto di sigarette al giorno, cosa che mi consentiva quindi di prendermi i giorni che volevo per farmi i cazzi miei, lavoravo perché il tizio dei cavalli voleva farmi un favore, o farlo al nostro amico comune, fatto sta che mi salvarono la vita anche loro, davvero.

Suonavamo nella sala del centro occupato, e scoprivo che in provincia il suono era davvero più selvaggio, davvero più d’impatto, merito anche dell’alienazione che a volte portava amici e parenti a massacrarsi di botte;

L’aria di montagna può essere non del tutto salutare, per i ragazzi senza sbocco che non hanno una stupida grande città di merda, nella quale rifugiarsi.

   Capitolo 3 Punk Hardcore

24 Mag

Avrò avuto si e no diciassette anni, il culone, la panza, i capelli lunghi e gli occhiali, e disegnavo, andavo in una scuola per fare il disegnatore di bozzetti, che poteva essere la massima aspirazione per i frequentatori di un corso biennale di grafica pubblicitaria. Ero molto confuso, in genere, nella vita.

Non riuscivo a esprimere con sincerità quello che avevo dentro, meno che mai a me stesso, e sentìi di dover reprimere molto di quello che credevo essere una personalità per poter essere anch’io parte di un mondo diverso da quello nel quale ero impantanato, e presi a modello un ragazzo che veniva alla mia stessa scuola, che era più vecchio di un paio d’anni e che suonava la chitarra in un gruppo hardcore di roma.

Mi sembrava un mito già così solo a parlarne, e andare in classe assieme a lui, con la sua fidanzata che piano si plasmava sulla sua immagine, e un paio di noi che seguivano a ruota, mi faceva sentire come in america, che all’epoca, nell’ignoranza mia, era il massimo dell’aspirazione.

Mi passarono delle cassette, ricordo dei gruppi che mi piacquero da subito e quell che da subito mi fecero schifo, lo ricordo perché in venticinque anni non ho mai cambiato opinione su quasi nessuno di loro.

Da lì iniziò un’avventura intensa in un mondo in cui non era più necessario camuffarsi, almeno non consapevolmente, e che si plasmava lui attorno a noi. I concerti all’inizio, il freddo, i posti in culo a dio, diroccati, un’atmosfera clandestina e un’odore di caldo, cucina, alcool e cannoni che è ancora nel mio naso nonostante sia passato così tanto dall’ultima volta che sono entrato in un posto così, fuori al freddo ad aspettare per pagare la sottoscrizione, a volte qualcuno era gentile, ma passeranno anni prima che quelli all’ingresso comincino a sorridere.

Il rumore, i fischi, il bisogno che finisse presto per raccontarselo e che non finisse mai per goderselo, i tuffi dal palco, i cori inventati perché la maggior parte dei gruppi manco sapevo chi fossero. E poi l’inizio.

Suonavo la batteria. Male come solo io al mondo. Un gruppo pessimo davvero, cover dei metallica e dei misfits, orripilanti, canzoni nostre, tremende. Poi prendemmo una decisione: basta tamburi per me, basta cantare per te, scambiamoci i ruoli. Non suonavo manco il citofono, e ci ritrovammo senza bassista. Ne cercammo vari, nel frattempo ci arrangiavamo, rap in italiano su basi punkeggianti suonate. Poi ci dobbiamo essere detti:

-Ma un gruppo hardcore come cristo comanna, porco dio?

Eravamo quattro della stessa scuola. Uno di primavalle, del bronx, io, uno del vaticano e l’altro di termini.

Per suonare ci vedevamo a via candia in una sala orrenda, poi dal teschio a fontana de trevi, e piano piano prendevamo una forma, cambiando un sacco di chitarristi, tra borgate e centro, un gruppo eterogeneo davvero.

Dall’inizio del gruppo, in cui per lo più andavamo tutti ancora a scuola, anche se io in realtà mi segnavo solo per ottenere rinvii militari, all’ultima formazione, eravamo divenuti giovani uomini, e soprattutto io avevo smesso di essere straight edge, ed anche di essere affidabile, a dire il vero.

La spensieratezza e la costante ebbrezza alcolemica, tossicofila e sessocentrica di quegli anni nella quale ero immerso, accompagnava la storia della mia vita mentre mi si svolgeva davanti, guardando lo spettacolo con me, divertita, con quel sorriso ebete che solo la spensieratezza alcolemica può avere,  nonostante il tribunale militare mi rincorresse mandando carabinieri in giro a cercarmi, nonostante non avessi un posto dove stare, nonostante tutti i contro, la vita era un pro costante, fatto di mal di testa e bottiglie di gin per colazione, ma solo perché l’hai visto su chissà che film e  in realtà te ti berresti solo il caffè e poi un cornetto, ma no: devi interpetare il tuo ruolo, totalmente immedesimato perché non è un ruolo faticoso ad avere lo stomaco forte. La sera dopo il lavoro, bottiglia di whiskey di sottomarca al posto aperto tutta la notte. Prima delle restrizioni,  avevamo un gps biologico con le mappature a memoria di supermercati e orari di vendita degli alcolici su tutta l’area interna al raccordo ( e solo perché all’epoca, fuori il raccordo c’erano solo la morte o le scampagnate); per un po’ potevi rimediare da bere a qualunque ora del giorno, poi piano cominciarono a mettere i ferri sulle bottiglie e dirci che:

-ormai è tardi, mi fanno la multa.

Eserciti di giovinastri trasandati e ragazze presentabili che entravano magri e uscivano farciti di noccioline, pistacchi, josè cuervo especial, ron anejo, moskoskaia, keglevich, nessuno mai che fottesse o comprasse una bottiglia di molinari, pusillanimi.

Una festa particolare fu quella in cui mi trovai, all’epoca del mio declino, in mezzo ad una compagine di punk più anziani e tosti di tutti noi, con le cicatrici da eroina e da anni settanta sulla faccia, come noi avevamo quelle da anni ottanta sulle spalle, il tema della sbronza era il maledetto southern comfort. Una monnezza di whiskey o brandy o bourbon, credo bourbon , al miele. Una fetenzia dolce che supera solo il braghetto in capacità di mandarmi a vomitare. Da quella festa in poi il white angel è stato a lungo un cavallo di battaglia:

cocaina o speed+gnugna, su per il naso uno e/o vena l’altro, poi, dopo il saliscendi violento fatto di :

-‘spetta che devo sbratta’…

Raggiungevi il bar del posto in cui eri, solo per ordinare una wodka liscia mescolata a del gin liscio ed una fetta di limone.

Ghiaccio, per avere una speranza.

Mentre uno ordinava solitamente l’altro girava un cannone.

Le comitive di cento persone rumorose che si spostano e devono fare le cose tuttinsieme che poi litigano perché nun stamo tuttinsieme poi gli sale a tuttinsieme la botta e allora scapocciano perché non stavano tuttiinsieme?

Esistono, sono i candidati al posto di direttore da macdonald, di gestore fantoccio della bisca legale, impiegati in prova al tabaccaio all’angolo, sono i mangiati dal videopoker, sono soli, come erano soli in “commitiva” quando dovevano “fare le cose tuttinsieme”.

Noi eravamo o volevamo convincerci di essere diversi.

Eravamo in qualche maniera loro figli, o figli di qualcuno che avrebbe assorbito tutta quell’energia negativa per sentirsi moderno, al passo, attuale, eravamo i loro fratelli minori, i ragazzini di otto anni che in cortile urlavano dietro una palla mentre loro sedicenni cercavano di metterle in mano a qualcuna, le palle,  e ogni volta che ci siamo trovati a vedere certe cose, ci siamo giurati che mai, mai saremmo stati così.

Io ero un ragazzino qualunque della magliana, uno che si faceva spaccare la faccia da un tizio di cinquantanni pur di mantenere un punto idiota tenuto di fronte alla pischella mia, che di anni ne aveva quattordici, uno che faceva scemenze e che veniva fermato dalle guardie, che girava col coltello e che aveva cattivi rapporti col padre, uno che si sentiva i queen e i led zeppelin, e certo anche i sex pistols, ma faceva di tutt’erba un fascio, andava fino all’anno prima al concerto di vasco, faceva le scritte della roma, senza alcuna convinzione, sentendo che era un altro il suo posto.

Quando cinque anni dopo ero un bocconcino prelibato e alternativo, che se ne andava in giro senza freni, pensavo che quel ragazzino di 15 anni che si stava facendo ricucire un sopracciglio al pronto soccorso, raccontando che era scivolato dalle scale, doveva sentirsi fiero di lui e dei suoi guai, perché ora, oltre a spassarcela, ancora di più sapevamo distinguere, più di quando a otto anni mettevamo benzina al self service per raggranellare gli spicci.

E ora nessuno di 50 anni c’avrebbe più preso di sorpresa colpendo per primo in modo così vigliacco.

Quando di anni ne avevo diciassette e giravo col coltello a scatto nei tasconi della mimetica, ed ero molto contrariato dalla vita, consideravo mie esperienze il fatto di essere stato lasciato dalla ragazza per la quale, per mantenere il punto di fronte ad un tizio di cinquantanni , scontrato dal mio ciuffo nel vagone mentre mi chinavo a baciarla, avevo rimediato cinque punti di sutura e delle foto con mio fratello in braccio, un maglione da bambino ed un cerotto enorme sopra l’occhio destro. Ed un’espressione che da allora non sarebbe più cambiata. Consideravo esperienze il fatto di avere chiamato mio padre a tredicianni per un appuntamento in piazza, per parlare. Consideravo esperienze il fatto di essermi sentito dire delle cose che avevano fatto a pezzi ogni eventuale strascico della mia residua innocenza. Su mia madre, su di lui e la sua mano, sul fatto che se mai mi fossi ripresentato mi avrebbe preso a bastonate sulle gengive.

Consideravo esperienza il fatto che non avevo reagito come un figlio che si sente dire certe cose da un padre, ma come uno abituato a stare per strada e litigare con gli adulti, e quando mi sono girato per andarmene a fumare coi miei amici delle medie oramai finite, in quell’intervallo d’estate in cui ti sei tolto un peso e stai per iniziare una nuova esperienza che ti vedrà, sicuramente, scopare prima o poi, la sensazione predominante era quella del:

-ce l’ho fatta!!!

Mi sono costretto ad affrontare i miei mostri e gli ho pure fatto il culo, ai miei mostri.

Come spesso avviene in caso di tagli molto profondi e sanguinanti, ti accorgi solo dopo un po’ di averne uno sotto la maglia, quando l’ombra scura dell’emorragia sta facendo cambiare colore ai tuoi vestiti.

Ciò non toglie che quando le guardie, durante una stupida manifestazione al centro, contro la guerra del golfo, la prima guerra del golfo , mentre stavamo tornando dal bar al pantheon e tenevamo strette le coppette delle granite in mano, cominciarono a insultarci, un istinto recesso mi disse “fatti assolutamente i cazzi tuoi”, invece l’amico chitarrista hardcore, colto di fronte alla sua fidanzata da cotanta volgarità, si mise a rispondere per le rime:

-levete la divisa si c’hai er coraggio e vie’ fori, daie, famme vede’ si sei n’omo…

Non era un uomo ma una spina, così invece di togliersi la divisa, portarono via il nostro amico.

La saggia voce che diceva “fatti assolutamente i cazzi tuoi” si deve essere distratta un momento perché, i miei pochi anni e il fatto che il terzo amico, col padre maresciallo dell’arma, si stesse semplicemente interessando d’altro, fecero sì che dovetti mettermi in mezzo.

Avevo pensato:

– da solo lo gonfiano, in due almeno ci facciamo forza a vicenda, e magari col fatto che possiamo testimoniare manco ci gonfiano.

Non lo so come sarebbe andata, fatto sta che a lui lo rilasciarono una volta arrivati in centrale, e a me mi arrestarono per possesso illegale di arma da taglio. Il cazzo di coltello a scatto.

Il militare era ancora obbligatorio.

Per questo lungo preludio a me venne revocata la possibilità di richiedere il formale servizio civile, in quanto persona evidentemente violenta.

Per quelli come noi la possibiltà era caserma o galera. O in caso di trafila burocratico/bustarella, domiciliari.

Non lo rimpiansi nemmeno quando arrivai, tanti anni dopo, davanti alle porte del penitenziario.

Quando il portone del super carcere di massima sicurezza mi si è chiuso alle spalle, lasciando fuori la mia ragazza tatuatrice bassista, e le  amiche e gli amici che si erano fatti il viaggio con me per salutarmi,  dopo tutto quel mare in tempesta di sensazioni che ti annientano , che avevo provato secondo per secondo seguendo il meccanismo idraulico richiudersi con una lentezza esasperante,  con la luce che piano veniva chiusa fuori, col sole le montagne e tutto il resto, che diventavano solo parte di un passato che, forse, non avrei più rivisto intrappolato tra le maglie di un sistema incredibilmente caotico per il quale un obiettore di coscienza finisce in un penitenziario destinato ai 41 bis e ai reati  molto gravi in genere,  cominciai a pensare in modo diverso, cominciai a farmi un film;

mentre mi facevano entrare in camera di sicurezza, dove lasciai una scritta per salutare “tutti quelli della magliana”, mentre mi toglievano le sigarette e  mi davano una borsa incredibilmente più misera di quella che avevo consegnato per la perquisizione,  mentre mi davano il “sacco” con la “biancheria” per la branda, un sapone e un rotolo di carta igienica per la durata di 30 giorni il pezzo, dopo la flessione sulle ginocchia da nudo, per svelare quali reconditi segreti nascondesse il mio retto, facevo balenare immagini e dialoghi nella mia mente, un filmone con tanto di musica di sottofondo, dove il detenuto 3925 viene ingiustamente trattenuto per dieci anni oltre lo scadere della sua pena, pienamente espletata. Un avvocato giovane ma intraprendente all’esterno, si ricorderà per caso di quel suo cliente testardo, e domandandosi che fine possa mai aver fatto, scoprirà che è ancora recluso nell’infame fortezza penitenziario di Desperate junction, che era il paese immaginario in cui ambientavo buona parte delle mie storielle all’epoca,  per un disguido guidiziario;

fatto sta che la notizia del tale entrato per omonimia e ridotto all’invalidità per l’80% del corpo, proprio in quel carcere e proprio sotto la direzione del medesimo individuo che era in carica allora, mi fece uscire dal film nel giro di pochissimo. La sensazione predominante era l’assenza di paura, di ogni sensazione, amore, odio. Solo sopravvivenza.

Il terzo o quarto giorno durante una delle visite o dei trasferimenti in giro per il penitenziario, ebbi a che dire con il detenuto finocchio che già avevo visto all’opera e per cui già provavo un forte ribrezzo per il servilismo da caricatura con cui trattava con le guardie che lo pigliavano a calci in culo, con lui tutto contento che si metteva in posa e ne aspettava un altro. Sui sessanta anni e i sessanta chili, magro, pochi capelli grigi con un riporto triste come le alghe secche alla fine dell’estate, trascinate dalla corrente e poi attaccate ai costumi delle bagnanti grasse, col cielo color topo freddo.

Lui mi aveva visto dal primo giorno, essendo un lavorante addetto proprio ai nuovi giunti, io pure, essendo uno a cui i finocchi viscidi dei miei tempi, il cazzo gliel’hanno rotto parecchio.

Il  terzo o quarto giorno, dicevo, il tale mi dice qualcosa e mi si mette alle spalle, io mi giro di scatto e quel tizio di Santa passera che risponde per me gli fa:

-Oh stronzo io già sto carcerato per cui nun me ne frega proprio più un cazzo, tu, mettemete alle spalle un’altra volta, e t’ammazzo.

Le guardie restarono in silenzio e, decisamente, colpite; il finocchio scodinzolò via e non lo vidi più. O meglio, quando lui mi vedeva si faceva così piccolo che, alla fine , spariva nel grigiore dei pavimenti e del suo riporto.

Potrebbe sembrare che io sia omofobo. No.

Sapevo che in qualche modo ero finito in un posto dove bisognava stare con la guardia alzata, non fosse altro che perché pieno di maschi col testosterone a mille. La sorte poi volle che finìi in un braccio con disertori come me, uno,un paio di ladri che si erano spacciati per testimoni di geova, e tutto il resto erano proprio loro: i testimoni di geova.

Ad averlo saputo mi sarei arruolato nei parà, altro che cazzi.

Arrivai finalmente al braccio e loro stavano cantando i salmi. Pensai che forse la condanna era stata un po’ eccessiva nei miei confronti: 120 giorni di sveglia e:

-Salve volevamo lasciarti questo opuscolo, tu credi al paradiso?

Per fortuna sono un tipo talmente ragionevole che porto a ragionare anche gli altri, così, giuro, non mi hanno mai rotto i coglioni sull’argomento. Mi hanno fatto conoscere una realtà di uomini sottomessi alla setta come mai ne avevo visti,manco tra i cattolici. I musulmani che ho conosciuto, non dico che si sfondavano di salsicce, ma poco ci manca. Quelli invece, cazzo, sembravano crederci.

Anche se, poi, a ben vedere, era tutta una faccenda di famiglie legate tra loro, clan di imprenditori devoti e manodopera in congregazione, lavoro per noi c’è e ci sarà sempre, a patto che sposi mia nipote e porti avanti la fede, fai volontariato e diffondi il verbo, ti vesti bene per geova e non ti preoccupare per quella faccenda del ricco e la cruna dell’ago:

a dio piace chi ha successo.

Ogni tanto penso a quello che sto scrivendo e al perché. Voglio dire sono trentasei pagine( fino a qui) di sproloqui sgrammaticati di cui per altro ho già raccontato abbondantemente sul blog. Forse è per colpa di quella cazzo di scimmia a cavallo, forse è perché la civiltà che ha generato da stoneage a lady gaga, dalla pietra filosofale ai new york dolls, da mago merlino ai 1direction, è alla frutta;

forse perché quella cazzo di scimmia e la filigrana a circoli e rette incrociate della bardatura di quel cavallo, forse perché degli sguardi così fieri mi hanno fatto sentire il poco che sono e che so,di noi, del nostro, di ciò che abbiamo davvero fatto.

La civiltà di un popolo dovrebbe poter parlare per bocca di ogni rappresentante di quel popolo. Che testimonianza potrò mai dare io, che nei 42 anni di storia che sono successi mentre vivevo, sono stato così distratto da non sapere fare un riassunto senza consultare wikipedia?

Ecco quello forse è il motivo, la spinta: il bisogno di tracciare una linea, sapere cosa è successo, mentre c’ero, perché se la jugoslavia non si fosse scissa partendo da una rissa da stadio, fino a formare la serbia, la bosnia, il montenegreo, il kosovo, quando avevo poco più che diciottanni, ora sarei diverso, il mondo sarebbe diverso se saddam hussein non avesse rappresentato il cattivo di turno come hitler lo ha rappresentato per tanti anni, e quindi io sarei diverso, le battaglie sarebbero state diverse, le rese e le sconfitte anche.

Ma mentre accade non è leggibile, e se non è leggibile, non è successo, perché io non posso riassumerlo.

Anzi, non è vero che non è successo: è successo ma tanto è uguale. Che è molto peggio.

Ero convinto che il messaggio di fondo del punk fosse:

-sticazzi.

Stigmatizzato;

Invece ho scoperto che dovevi attaccare prima dei pipponi fenomenali, per poi risolverli con un ridondante:

-sticazzi.

Altrimenti eri qualunquista.

Mentre passavano i giorni dentro al penitenziario, fuori il tempo sembrava andare al doppio o al triplo della velocità; lo capivo dalle lettere che leggevo, dalle storie che succedevano ai miei amici, alle mie amiche, alle ragazze con cui avevo dei rapporti più profondi, o che prendevo per il culo per avere un tetto e una passera, possibilmente non santa, in cui infilarmi una volta uscito.

Dentro era calmo, piatto, allucinato, con i cancelli che si chiudevano alle spalle delle guardie, con le cancellate delle blinde e poi le blinde e poi l’oblò, che ti taglliavano fuori, tranne che per le luci;

Fino all’ora in cui ti passavano il latte e il caffè, ed ogni mattina le battute sul bromuro ed i suoi effetti, ed ogni mattina una cacata veloce e poi al lavoro con la camicia del penitenziario, col numero del detenuto.

Un viaggio costante in mezzo a quello che fuori vedevo di striscio, o che frequentavo regolarmente, o con cui non avrei mai avuto a che fare, potendo scegliere.

Secondini, storie di secondini. Mafiosi wannabe, storie di mafiosi wannabe, Assassini veri, storie insolitamente auliche, libri letti, richieste di disegni per un tatuaggio, un aiuto per una lettera.

La cella era un posto qualsiasi, come tanti ne avevo visti e cambiati, più comoda di un sacco di posti, con un sacco di comfort impensabili: l’armadio fatto col manico di scopa, i mobili ricavati dalle cassette di frutta, tutt’un assortimento da casa occupata qualunque, ma a “spese” dello stato.

I deliri. I tizi che sarebbero stati ammazzati per motivi insondabili, dalle guardie o dai detenuti, a seconda. Di botte o di insuline rifiutate;

I motivi in certi casi sono la chiave: in episodi di violenza, una motivazione adeguata può portare se non a condividere o ammirare, almeno a comprendere perché si possa fare del male a qualcuno.

In  carcere i motivi sono davvero qualcosa che dura lo spazio del carcere, e a cui poi non pensi più, perché sennò scapocci all’idea che un vecchio è finito in ospedale con le costole, le tibie e le braccia spezzate, per colpa della mozzarella.

Era sotto Natale.

Si raccoglieva la mozzarella tra i detenuti per la lasagna di natale. Lo spesino non sarebbe passato in tempo, così quelli delle cucine, che erano quelli del braccio pesante del posto, decisero di chiedere democraticamente a tutti, la mozzarella che era prevista nei pasti dei due giorni a venire;

“Democraticamente”,  in determinati ambienti, può assumere aspetti chiari solo a chi  e solo nel caso in cui, il volere della maggioranza venga messo in discussione da una diversa necessità individuale.

Un vecchio del braccio cattivo, braccio che raccoglieva delinquenti comuni e affiliati a qualche clan della S.C.U.  invece decise che lui la mozzarella voleva mangiarla.

O meglio, non potendo mangiare la lasagna per problemi di salute,  disse che preferiva tenersi la mozzarrella.

Ad un pasto un rifiuto ci poteva stare. Due giorni, quattro pasti, quattro rifiuti. Quattro rifiuti in determinati ambienti non possono proprio passare inosservati: diventano un’offesa personale all’entità di turno che ti si para davanti.

Il vecchio delle mozzarelle si ritrovò addosso un’intera camerata, mentre fuori si accendeva una finta sfuriata per una partita a calcio, e l’intera camerata lo ridusse una merda. Spezzando tutto quello che poteva spezzare:  ossa, orgoglio, dignità, fiducia e voglia di voler continuare in genere a credere a qualcosa.

Tutto questo a noi dell’altro braccio, a noi fidati che non avrebbero detto niente a nessuno, veniva raccontato con l’aria di chi mangiando carne in umido si è insozzato fino a dentro il collo della camicia e mastica e parla e sputazza, da quelli delle cucine (gli stessi che ad un certo punto mi sussurrarono che nei prossimi pasti c’avrebbero trovato il mio cadavere ridotto a pezzi), o dai secondini accondiscendenti, che avevano l’aria di chi, a quello della carne in umido, dopo gli lecca via il piatto e gli ruba le briciole sbavate dal tavolo.

Con questo andavi a dormire la sera e ti svegliavi al mattino. Non so più quante notti ho sentito piangere dalla cella al piano sotto la mia, ai 41 bis, mentre ero a sulmona. Piangere e chiedere pietà, piangere e insultare, piangere e pregare, piangere e chiedere scusa.

Non lo so quante notti, forse tutte o forse una sola.

Fatto sta che certe canzoni non le dimentichi mai, pure se te le hanno solo fischiettate.

Nella mia cella diciannove, da solo, con le sigarette e le birre messe al pizzo, a fissare il soffitto ed ascoltare nick cave, a pensare storie o sollevare pesi, a scrivere o giocare a poker coi ragazzi, le domeniche interminabili, i sabati maledetti. La settimana identica.

Intanto fuori un poliziotto ha impugnato la pistola in mezzo alla gente sottopalco, durante una serata al posto occupato, durante una serata al posto grosso occupato; diranno che cercavano qualcuno, diranno cose di cui non te ne fregava un cazzo allora e di cui non ti interessa niente ora.

Pensavi solo:

-Cazzo era ora che anche  per voi stronzi arrivasse un po’ di vita vera.

Non gli occupanti, quelli, grossomodo, avevano già il loro daffare e spesso erano invisi ai più per questioni pratiche;

Era per tutti quei cazzo di universitari di corso trieste, liceo mamiani, tasso o virgilio, e poi tutta la vita a sindacare. Un ferro in faccia magari li avrebbe ravveduti. Invece col cazzo: quella era la cicatrice da mostrare  e quella cicatrice, finalmente, ora era disponibile anche per quelli rinchiusi un una sfera di gommapiuma nella quale non farsi mai male.

Nelle celle che ho cambiato durante i quattro mesi di detenzione, ogni tanto mi arrivavano notizie, tipo questo posto ha organizzato un concerto intitolato al “Cipolla Libero”, per raccogliere fondi che non sarebbero mai stati spedidti.

La consapevolezza amara, mentre tieni in una mano tre donne un due e un sette e hai già cambiato le carte, mentre conti i francobolli sul piatto, è quella che ti fa pensare,

mentre conti le sigarette da rilanciare pensi,

pensi che anche te sei diventato il cazzo di “compagno in carcere” per cui mettere soldi nella stessa immensa fossa comune fatta di sopravvivenza, birre  e vinaccio, canne, manifesti, spesa per la cucina, e tutte le diramazioni possibili per cui non dare mai uno spicciolo che sia uno a quelli che oltre che suonare, spesso, devono mettere pure la sottoscrizione.

Mentre questa percezione del tempo che scorre a velocità differenti per coetanei che viaggiano in parallelo, si faceva sempre più reale mano a mano che il giorno dell’uscita si avvicinava.

I criminali che avevo attorno a quel punto erano ridicoli lacché della S.C.U. che si facevano tanare con quantitativi che io e i miei amici portavamo appresso per fumare il week end, e loro a farsi un anno tutti orgogliosi, oppure a vergognarsi come ladri, nel caso avessero una capoccia funzionante ed una mente in grado di capire quanto li sfottevo ogni volta che mi confidavano i loro reati. Dopo il clima di minaccia, “ti facciamo a pezzi e ti serviamo per pranzo al tuo braccio” avevano imparato a rispettare il lato di me che nemmeno io conoscevo: quello che non ha nulla da perdere e che non teme quindi nulla. Mi sono trovato a litigare in situazioni che avevo visto solo al cinema e a dire cose che,  davvero, avevo immaginato solo nei racconti.  A persone di cui effettivamente non sapevo niente, tranne che distinguere il rispetto tipico delle guardie nei confronti di alcuni, o la mancanza totale nei confronti di altri.

Io ad un certo punto non mi facevo scrupoli a litigare con nessuno: al massimo potevano ammazzarmi, perché in galera già c’ero.

La demenza dei vent’anni non ti fa’ manco sospettare che ti possano fare male in maniere pesantissime e magari lasciarti vivo a rimpiangere ogni giorno le gambe e le braccia, ridotte a pesi da fare trascinare a qualcun altro.

Perché l’esperienza non è immediata come le ferite e le cicatrici;  Ha bisogno di essere metabolizzata negli anni, compresa. L’accadimento zero, quello che dovrebbe darti la consapevolezza delle cosnseguenze eventuali, spesso, viene percepito come tale solo anni più tardi, ed è un bene a volte, altrimenti resteremmo congelati in preda ad un terrore cieco ad ogni cambio di vento, sapendo che questo potrebbe comportare dolore e sofferenza per tutto quello che abbiamo di caro, compresi noi stessi.

Spesso però ci porta a comportarci in modo tale che, se non avessimo santi da qualche parte a proteggerci, tutta la merda che abbiamo mandato contro il ventilatore ci pioverebbe in faccia col doppio o il triplo della potenza del getto iniziale.

Fuori le ragazze erano belle e sode e profumate, e uscivano la sera mentre provavi a farti una sega nel silenzio della cella, triste e stonato di birra in lattina, col senso pesante di dover pisciare e voler dormire, con la certezza di non riuscire a prendere sonno.

Lettere intrise di essenze odorose, caratteri delicati, battute a macchina, decorate da disegnini carini. Storie normali della vita che avevo fatto fino a manco tre mesi prima, mi apparivano la più lontana delle fantasticherie desiderabili.

La sera che mi trovai con le tasche piene di soldi e la pancia piatta e la pelle abbronzata, nel pub dedicato alla cirrosi epatica, in cui abbiamo perso il grasso dei cuccioli, dietro la stazione e il dormitorio a cielo aperto dei portici di piazza vittorio, in mezzo ai profumi pionieri dei bangla dove le loro videoteche allucinanti piene di versioni musicali indiane di tutto lo scibile blockbusteristico americano, riempivano spazi inconcepibili di manifesti e pile di cassette a noleggio, sentivo che qualcosa non andava.

La sera in cui ero al tavolo, pieno di soldi, pieno di birre, con manco una canna da girare per quelle strane alchimie della vita romana, circondato dagli amici, circondato dalle braccia della mia ragazza, la bassista tatuatrice, che tradivo e che mi tradiva con regolarità, che mi ha insegnato a vedere le cose da una certa prospettiva, che mi ha insegnato buona parte dell’italiano che conosco, che ha sgrossato gli spigoli del mio accento pesantissimo, della mia ignoranza necessaria a quello che era stata la sopravvivenza fino a prima di lei,  quella sera che ero libero, per la prima volta da quattro mesi, che sentivo la pelle di una donna vicino, per la prima volta dopo quattro mesi, che quella ballerina che mi faceva il gioco del ti voglio non ti voglio da anni, venne apposta per darmi il bacio che mi aveva promesso per lettera, quella sera mi sentivo di non essere affatto dove volevo essere.

Una vasca da bagno di inizio secolo, coi piedi di leone, al centro di un’immensa stanza smaltata di piastrelle bluette, un misto di sporco ed elegante, di bello e di poco funzionante. Immerso dentro la vasca con la mia ragazza, avrei dovuto essere felice invece mi sembrava solo che gli asciugamani fossero troppo usati, l’acqua troppo fredda, il culo di lei troppo calato, il mio cazzo troppo piccolo, tutto troppo o troppo poco.

Voglio dire, avevo passato gli ultimi quattro mesi a fissare il vuoto del carcere, riempito di risate violente come violenti sono i pianti, colloqui strazianti,  colloqui mancati, le guardie coi guanti di lattice che strappano uno giù dalla rete su cui è salito per parlare al direttore, lontano com è dalle mura, che sono comunque alte altri venti metri più di lui sulla rete,  al massimo potrebbe scavalcare per andare al campetto, invece viene preso da non so quanti, mentre l’intero penitenziario è in assetto di emergenza, ognuno chiuso dov è;

le porte non conoscono permesso: quando si chiudono si chiudono, e se sei in mezzo ti chiudono in mezzo. Tutti agitati, le guardie per prime, dalle finestre vediamo una situazione che si verifica nove volte su dieci a qualunque festa con più di cento stronzi strippati: uno che scapoccia, che scoppia, lo trovi, e quando succede fa’ la sua scena madre.

Il tipo aveva tutte le ragioni, da diabetico abbandonato a crepare con l’insulina data quando mi va, da probabile poveraccio finito tra le maglie di qualcosa più grande di tutti noi messi insieme. In isolamento lo rividero gonfio e silenzioso.

Lo chiamano isolamento ma nelle celle c’erano due persone per volta, almeno questo ho visto quando ho dovuto portare il pasto io, in sostituzione del tale addetto. Una e una sola volta, ho portato da mangiare a mille o duemila anni di condanne su trenta persone, servendo la bujacca ed un sorriso appena accennato, che spesso era ricambiato. Vecchi che in autobus fai sedere erano là per chissà quanti cazzo di anni ancora.

Ragazzetti che erano più giovani di me di cinque anni almeno che erano stati trasferiti là dal riformatorio, omicidio, dicevano senza che glielo chiedessi, quando loro ti chiedevano quanto ti mancava. A volte, a quei tempi, significava ergastolo. Ora saranno tutti fuori o morti, quelli che erano al di là della nostra portata, e del nostro braccio.

Una notte hanno messo assieme il tipo che si era cantato un compare, ed il compare suddetto. Isolamento. All’area 41 bis. Alla cella sotto la mia.

Ho ascoltato pregando di diventare sordo.

Non ho mai avuto notizie di quello che era successo, e non le ho mai chieste.

Ti addormentavi mentre le celle di fronte prendevano fuoco, a trecento metri dal tuo lato del quadrato, sfondavano le tazze del cesso e le lanciavano dalle finestre, una rivolta carceraria incruenta, mentre blocchi interi venivano trasferiti, spostati, per ondate di arresti che si susseguivano, e noi nel nostro braccio protettivo, al sicuro, in galera.

Coi sacchi neri e le lettere bloccate, con le brande spogliate e la promessa certa del trasferimento, i rastrellamenti alle due di notte tu tu e tu, andiamo, vedevi sparire le persone coi loro sacchi, e fuori le celle lanciavano urla di metallo sbattuto da qualunque oggetto fosse resistente abbastanza da fare rumore, chiasso, rivolta. E alla fine ti addormentavi comunque.

Il pasto degli ultimi giorni era accompagnato da notizie fatte trapelare dai secondini:

-Vi mandiamo tutti a casa, amnistia

-vi mandano  al nord, un carcere moderno per i semiliberi

-sono cazzi vostri, ora andate a spaccare le pietre

E via dicendo.

Nemmeno sul cellulare vollero dirci nulla. Viaggi tipo ostaggio dentro un furgone buio, scendi e vai a pisciare con le guardie all’autogril cercando di capire se sei al nord o al sud, sbirci dal tuo posto di detenuto, se dal parabrezza riesci almeno a leggere un segnale. Scorgi Roma ed hai un brivido, e la butti sulle battute:

-Oh a me lasceme verso trastevere, me vojo fa’ ‘na paseggiata, poi tanto da là pio l’autobus

‘O senti irromano come shchersa? Si dicevano tra loro.

E ora che era davvero ora di riprendere a scherzare, di smettere di sentire ghiaccio nelle vene per non crepare, ora che potevi abbassare la guardia e rilassarti, provavi una noia che in quattro mesi di galera, colla tuta cucita addosso, colle ciavatte sfonnate, non ti aveva mai toccato.

Anche perché non ti eri mai concesso né tuta né ciavatte, né tantomeno sfonnate.

Ma solo scarpe nere e jeans col risvoltino, brillantina linetti e pettinino.

Nick cave e Carl Perkins, aspettando di riprendere il discorso dove si era interrotto.

Quando poi lo riprendi davvero, ti accorgi che non ti viene in mente proprio più niente da dire.

Mentre eravamo ospiti in un albergo milanese,vincitori di un concorso per band a cui avevamo partecipato per ridere, aspettando di suonare come spalla di Elio e degli articolo 31,  cento anni prima che finissi in galera, con il capoccia e Greg ci dicevamo ridendo:

-ecco dove il punk ci ha portato…

Uscito da quella galera non capivo cosa mi fosse successo, ero un ragazzo in nero, vestito sempre di nero, imitavo figure archetipiche del rock solo nell’immagine, e sapevo fare si e no tre accordi, veramente, in croce, scrivevo, male, e vivevo tanto, tutto quello che potevo, senza aspettare di capirlo come sapevo di non poterne mai scrivere in tempo reale: ho sempre saputo, almeno, di avere bisogno della giusta distanza per guarda re e comprendere le situazioni da cui sono appena uscito.

Pensavo che quella detenzione mi avesse estromesso del tutto da tutto quel mondo ed associavo al punk ed all’hardcore tutte quelle manfrine sull’autoproduzione e l’autodiffusione del proprio prodotto, strascichi della mentalità condizionata da anni di dettami tramandati da universitari antichi rivoluzionari pieni di soldi e mezzi per far uscire le loro cose. I supporter duri e puri del d.i.y. non hanno mai considerato la differenza elementare che c’è tra fare il tuo a Bisceglie piuttosto che a washington. Roma all’epoca sembrava boston o new york solo a bisceglie, già a firenze si facevano due risate. Nonostante questo anche noi borgatari educati, cresciuti con la convinzione che se non passi per radio non ti caca nessuno, quando ci venne offerto di avere la possibilità, limando questo o quello, di finire per radio, abbiamo detto no. Un tempo ero qualcuno su cui quelli con l’occhiolungo puntavano sempre, ed io puntualmente li deludevo non presentandomi agli appuntamenti, non inviando le foto di un concerto manco pagato, non mandando manco una cassettina per dire: questi siamo noi.

Dal mio punto di vista di allora, frutto di un’educazione siciliana, se eri fuori dal giro eri fuori dal giro, e una sola era l’entrata, non c’erano scorciatoie o nomi in lista: manco c’era sta gran fila, con un po’ di voglia si poteva venire di persona a controllare.

Che l’hardcore non era per noi e la nostra gente l’avevo già sospettato una sera che a Londra, passeggiando con un’amica per le vie centrali, veniamo fermati da una ragazza, alle spalle di lei il suo gruppetto emozionato, e lei saluta hello e mi fa’ tutta emozionata ridacchiando:

-aiem sorri bat ariù inglish or italian?

Ed io, col trombone che mi trovo per voce quando sono imbarazzato ( avolte anche un flauto traverso, ma lì devo essere imbarazzatissimo al parossismo):

-Italian

-Ma sei il cantante degli evidens (con accento fortissimo da fuorisede del sud)???

-Sì

Mi’ non ci posso credere!!! Sembravano dire i suoi occhi anni prima che si dicesse così tanto ovunque.

La mia amica mi fissava come a dire:

-ma perché sei famoso?

Io di rimando ero rosso come un pomodoro rosso, col mio cappotto da twiggy, i miei capelli sbiancati col rimasuglio turchese, e dei calzoni a zampa in tinta ci capelli, modello per cui, da piccolo, avevo sfottuto mio padre afino alle lacrime.

E dissi solo sì sono io, e ciao ci vediamo in giro.

Nessuno accetta dei complimenti peggio di me. Se mi insultate per qualcosa che ho fatto posso rispondere a tono, ma un complimento mi devasta, non so mai che faccia fare, vorrei subito passare ad altro, è così da sempre.

E’ che quando la fuorisede avanguardista si è girata verso i suoi amici urlando:

-è lui!!!

Ho solo pensato ok andiamocene, scappiamo sotto la metro, ora!

ROBOTA

21 Mag

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Brano estratto dall’opera teatrale R.U.R. di Karel Capek, del 1920.

Il grande spauracchio dei nati senza predisposizione allo studio, della mia generazione, erano i robot.

Mio padre mi ripeteva in continuazione che dovevo studiare perché un giorno, quando sarei stato grande, i robot avrebbero lavorato al mio posto, a meno che non facessi lavori d’intelletto che, le intelligenze meccaniche, non potevano aspirare di espletare nemmeno nei deliri futuristici dei nostri vecchi.

Ma cerchiamo un po’ l’origine delle cose:

la parola robot deriva dal termine ceco robota (copio diretto da wikipedia, ma trascrivo e non copio/incollo, se non altro) che significa lavoro pesante o forzato. Il termine inoltre è presente in forme praticamente invariate in varie lingue slave. Il senso del termine in polacco si limita a quello del lavoro, e colui che svolge il quale è denominato robotnik, operaio. Nel russo e nell’ucraino il termine lavoro diviene rabota.

Oggi come oggi per un italiano operaio non specializzato e senza titolo di studio, trovare lavoro è pressoché impossibile a meno che non sia disposto a trasferirsi all’estero. Un estero che diviene sempre più piccolo, limitato e latente, inospitale.  La causa primaria per cui siamo in tanti ad avere le mattine e i pomeriggi liberi, è quella per cui ogni datore di lavoro che necessita operai, preferisce assumere robot. I moderni robot arrivano sui pullman, hanno eliminato il costo di produzione e mantenimento, le campagne pullulano di automi raccolti nei centri di prima accoglienza a 15 euro al giorno da quella cosa a metà tra il latifondista e l’agricoltore, che imperversa nei campi lottizzati della locride, del gargano, del casertano. Lottizzati dalle famiglie. Non c’è storia senza le famiglie. Non ci sono solo i rockfeller e i rotchild al mondo, ma anche un quantitativo infinito, sterminato, di famiglie, clan, associazioni camorristiche, ndranghetistiche, mafiose, sacra corona unitaristi e speculatori di taglie piccole medie e grandi, che hanno avuto la risposta in mano dall’inizio: se nello spaccio piccolo e al dettaglio la vera svolta è il taglio, nella produzione in genere, la vera svolta è la manodopera a costo zero, i materiali a costo vicino allo zero e la distribuzione al dettaglio a costi contenutissimi.

L’abbattimento delle frontiere non era quella profumata libera scelta che avrebbe allargato la nostra mentalità. Quello che ne è uscito allargato non ha fatto piacere nemmeno a coloro che necessitano la mazza da baseball size per avvicinarsi all’orgasmo.

Una moneta unica che in 15 anni di esistenza ha provocato 12 anni di crisi forse non è stata una grande idea, o forse sì. Dicono che per valutare le cose bisogna ragionare in prospettiva. Guardare le cose dalla giusta distanza e saperle proiettare nel giusto tempo. Obiettivamente quando tre quarti dell’europa saranno ridotte ad un cumulo di macerie da ricostruire, qualcuno ne trarrà giovamento, è già accaduto. Senza contare che con una diminuzione così massiccia di popolazione la ricchezza maggiore è stata un effetto che chiamerei collaterale, faccio un esempio?

Abbiamo quattro piatti di pasta e siamo in cinque, da fuori sparano a due, anziché piangere ab aeternum i defunti, scopriamo all’improvviso che è avanzato addirittura un piatto. Potremmo fermarci qui, ma se un terzo stirasse, avremmo ben due piatti ciascuno da spartire. Ecco come è andata col benessere del dopo guerra.

Senza contare che ci sono stati progetti costosissimi che nemmeno sono stati utilizzati una volta ultimati, perché di scarso richiamo e quindi destinati a rimanere una perdita costante,  che un affare come quello dell’euro non riesco proprio a valutarlo come una cosa che devo attendere per vedere che si assesti.

Si assesterà quando ci saranno meno persone con cui spartire la medesima quantità di denaro. Indovinate un po’ con quanti robot potreste venire rimpiazzati, considerato quanto costa allo stato la vostra esistenza e considerato che nemmeno producete, e fate il calcolo di come si stiano veramente interessando al vostro caso. Poi calcolate quanto produce un analfabeta che lavora come un somaro 15 ore al giorno per 15 euro al giorno, e ditemi chi salveranno quando sarà il momento di salire sull’arca del cioè.

-Cioè?

-cioè getteranno tutti e due in mare, tanto i robot arrivano da soli dopo un po’ che ti sei sistemato, perché il mondo è così orrendo in ogni angolo che tutti fuggono da ogni posto. E anche per noi che pensavamo di no, che a 40 anni dovremmo avere tirato le somme di una vita oramai decisa, potrebbe esserci il destino del  robotnik da qualche parte, ringraziando pure, la carogna che ce li vorrà dare quei maledetti 15 euro al giorno.

Aspettando quel giorno intanto, nella terra del pane e del vino, cresce l’insofferenza verso tutti quelli che arrivano, stremati dai viaggi al limite della sopportazione umana, indebitati fino alle caviglie con creditori che tengono in ostaggio le famiglie a casa, e che dopo un po’  finiscono inglobati dalla macchina mangiasoldi del liberismo capitalista. I veri neo consumatori sono questi ultrapoveri che sono accecati dal pranzo e dalla cena tutti i giorni, dalle marche, dalle possibilità apparenti. Le società chiudono ed i clan si formano e si chiudono a riccio. Lavorare essendo uno straniero è accettabile solo quando sei all’estero e cerchi fortuna, non quando sei nel tuo paese natìo e sei costretto a imparare rudimenti di romeno se per caso vuoi avvicinarti all’avvitatore che, comunque, non sta usando nessuno.

Tutti i cattivi aprioristici che sanno le cose per sentito dire e che fomentano il popolo contro il negher, sanno bene che nel mare di fandonie inventate sul momento, ci saranno piccole verità incontestabili per molti che ogni giorno si trovano a far cozzare la propria ignoranza indigena, contro quella di persone di altri posti. L’ignoranza è un linguaggio multietnico, e spesso quindi, viene compresa e parlata da tutti.

I buoni aprioristici che vogliono un mondo libero e bello invece sbagliano totalmente canzoni, ma solo all’apparenza, perché è al tipo di popolo con la colf che ora chiamano per nome e che dicono sia una di famiglia, che stanno parlando davvero, a quelli con le fisse giuste al tempo giusto, che sono come i tossici ricchi, quelli che raramente muoiono sfranti in un angolo, perché possono permettersi le scimmie costose.

Le persone vengono licenziate in tronco, per i motivi più varoiopinti, l’età troppo avanzata,  o troppo poco, per negligenze immeritevoli persino del richiamo verbale, figurarsi del licenziamento. Intanto le file negli uffici di impiego sono formate da stranieri, da anziani, da invalidi e donne gravide, da uomini sconfitti,  da persone che comunque hanno capito una cosa più di me, che la disoccupazione non l’ho mai percepita. Il mondo magico dei contratti a collaborazione e dei residui punkettoni no future che mi porto dietro.

Non sappiamo più da parte guardare, da che parte andare, non sappiamo più nemmeno se sapremmo fare quello che una volta ci veniva naturale. Con un senso di costrizione che ti si infila nella gola, che ti impedisce di affrontare il mondo a testa alta, con la sensazione costante che tutti sappiano tutto della tua condizione, della tua vita di disoccupato che stende il bucato e che corre a prendere le figlie a scuola, che spende più di quello che potrebbe in cose inutili, in vizi capitali e beni immateriali, e recrimina a se stesso troppe cose, mentre valuta che parla e scrive tre lingue decentemente, ed un tempo questo sarebbe stato abbastanza per vivere, non oggi che è solo uno dei milioni di fantasmi in una città che ride dei censimenti e delle percentuali;  un’immenso lago nero che ha conquistato la campagna che aveva attorno, e che solo il mare argina –quasi- del tutto, fatto di cemento e cartone, acqua e sabbia grossa, impastati assieme e nemmeno solidificati del tutto, un magma oscuro di vite aggrovigliate, dove tutti detestano tutti, tutsi conto utu,  yang  contro yin, cam contro sem contro yafet, romani e rumeni e indù e chingalesi e calabresi e tutti cercano solo un posto nel mondo mentre penso con un misto di nostalgia e rammarico e

-pensa te

Un sorriso che si allarga comunque, che non so nemmeno dove sei, ma, porco cazzo

-C’avevi ragione te, papà.

CAPITOLO 2   Dogmi in vena

21 Mag

Ho avuto rapporti sbandati da sempre , con tutto quello che rappresentava l’autorità, fosse quella dei genitori, degli insegnanti e soprattutto quella del redentore.

Con quel tipo di minaccia esplicita che prometteva l’inferno a chiunque sbagliasse  una virgola, in mezzo a comma e cavilli fatti di pesce al venerdì, quaresime, comunioni tutti i giorni in chiesa alla messa con l’ostia in bocca, la promessa che pentendosi, pure in punto di morte, anche l’anima più immonda potesse essere salvata…

Quei tempi strani somigliavano a questi nel modo oscuro in cui all’improvviso la fede lascia spazio ai ragionamenti, ed in cui, mai come ora, anche la parrocchia è uno status. Vedo e sento di nuovo persone a cui il petto si gonfia nel passggiare lungo il marciapiede che li porterà verso la cappella di nostro signore di quartiere, imbellettate e impotatati, coi pargoli su cui, in trasparenza, ancora potete vedere completi da marinaretto e da damina.

Il puzzo della chiesa so di averlo già nominato, assieme a quello dell’ospedale e gli appartamenti delle vecchie sole, credo che siano i peggiori con cui ho dovuto convivere. Il certo è che, per necessità, ci si abitua a tutto. E per la chiesa la necessità non è mai arrivata, e il puzzo continua a essere troppo forte per me, per entrarci per più di una visita ogni cinque anni per vedere un quadro.

L’unica chiesa non puzzolente l’ho visitata a cadiz, una chiesa bianca sul mare, piccola, pittata a calce, rifletteva il sole, le statue vestite e sofferenti, i colori brillanti, il fumo fresco appena sfilato da un culo autoctono e sbriciolato in una canna dal profumo commestibile, il verdastro di un chocolato che non ho mai più visto in vita mia, manco in Olanda.

Forse ero andato fuori tema, o come usa dire ora, facendomi salire un veleno per cui il mio vecchissimo tatuaggio 100% pure hate è sempre attuale: off topic…

Comunque, fatto sta che l’autorità assoluta di questo redentore era per me così subdola, che alla fine mi è andato sul cazzo presto: mi spiava e mi giudicava e io non sapevo nemmeno che faccia avesse.

Su un telefilm all black di quando ero piccolo un ragazzino dodicenne aveva fatto un ritratto di un gesù cristo negro;

Nonostante questa possibiltà cromatica così innovativa, la chiamata non mi arrivava.

Quando fu il momento di entrare in comunione con dio e passare lo step successivo al battesimo, entrai in conflitto aspro con la mia famiglia di siciliani democristiani;

per loro la questione che ponevo era impensabile e sicuramente frutto delle colpe di mia madre. Oltre che andare a negri (è stata con un egiziano…) mi aveva pure messo in testa certe cose. La comunione la dovevo fare, punto e basta.

No.

Sì.

No.

Sì.

No.

Alla fine successe che mi dissi, se è così importante dovrò pure sentire qualcosa, se entri in comunione con gesù, cazzo, dovrai avvertire un fremito, il senso di ragno dovrà pizzicare, qualcosa dovrà succedere se tutti dopo vanno in giro colle catenine d’oro col cristo o con la madonnina, no?

Ecco, i miei cugini me lo spiegarono abbastanza in due parole:

-La comunione so’ i regali Gianlu’, che cazzo tene  frega, te riempiono, falla e ba’

-No!

Non so se fu amor proprio, convinzione o bastian contrariesimo,  fatto sta che da allora, spesso, alla promessa materiale ho risposto no.

Ai soldi che mio padre mi mandava ogni compleanno senza che ci parlassimo, dicevo no, non ci parliamo, ergo non voglio i tuoi soldi

(Poi tantissimi anni dopo ho fatto qualcosa di cui temevo di vergognarmi e invece non mi è fregato un cazzo:

mi sono ripreso indietro gli alimenti non pagati, le gite non fatte con la scuola perché non avevo mai i soldi per pernottare in chissà che posto del mondo, i vestiti, i dischi e tutte le amenità che i miei amici normali si accattavano con la paghetta ogni fine settimana. Mi sono fatto due conti e mi sono fatto prestare quattromila euro  come quando entravo in un negozio di Ottica e, trovandoci una damigella, compravo a buffo e non tornavo mai più: con il chiaro intento di sfilarglieli come non lo avevo mai fatto quando l’età me l’avrebbe consentito. Me lo sono fatto consentire dalla fame e dalla crisi che attanagliava il paesino in Spagna, dove ci eravamo trasferiti quando la primogenita aveva solo sei mesi.

Ho anche provato a instaurare un rapporto con mio padre, ma l’ultima volta che ci siamo visti l’ho sbattuto a calci fuori di casa, In una piccola provincia nella costa del sol, mia figlia aveva si e no un anno).

Ho detto no alla major che voleva metterci sotto contratto, perché voleva che cantassi al posto di un amico, o di quello che allora consideravo tale e oggi non so manco se è vivo o morto, e che cantassi in italiano.

Alla voce “infamata a un amico” ha sempre risposto un tizio che mi porto dentro, uno nato e cresciuto sulla sponda del fiume, tra sorci e bucce d’arancia messe a seccare al sole, tra l’edera e l’ulivo, il nespolo e lo sfasciacarrozze, la corrente dell’acqua che fluisce e irrompe verso gli argini e le zoccole di fiume con la gonna o con il codone rosa.

E questo tizio ha sempre detto che no, non si fanno le infamate agli amici.

La voce corrotta che non ti aspettavi è quella dell’altro tizio, ma che è stata allevata col tempo fuori da quelle baracche, tra palazzi fatiscenti e case di lusso, tra attici al pantheon e campo de’ fiori, e bicocche piene di pulci e stanze coi bicchieri per sputarci e le bottiglie per pisciarci, tra celle di penitenziario modello alcatraz a case mandamentali modello sergente garcia, dove il secondino e il rubagalline sono parenti e votano entrambi sacra corona, in qualunque veste si proponga alle regionali, comunali, circoscrizionali, statali o europee che siano, dice:

-a meno che non lo meritino.

Ho detto no al militare che voleva farmi indossare la divisa e no all’obbiettore che voleva farmi indossare la sua, ho detto no all’avvocato che voleva farmi dare gli arresti domiciliari nell’unica casa che fosse a norma di legge: quella di mio padre.

Ho detto no tante volte, praticamente ogni volta che un sì sarebbe stata la svolta.

Questo fino al giorno in cui ti ho conosciuto, dieci anni prima che dicessi sì lo voglio di fronte a quel delegato comunale,  avevo detto sì lo voglio di fronte ad un rum che mi stavi offrendo per il tuo compleanno.

Ed in entrambi i casi includeva anche il sì lo voglio, ammucchiarci fino a che non diventa necessario nutrirsi, prima che iniziamo a vampirizzarci.

Se avessi detto sì al Signore dritto dal vecchio testamento che mi veniva offerto dall’apparato in piedi all’epoca, avrei detto sì a un sacco di cose. Avrei un diploma e una famiglia paterna, avrei un lavoro grazie all’aggancio con questo o con quello, avrei detto basta alle pulsioni adolescenziali che ti portano a suonare per sfondare, avrei detto basta alle pulsioni adolescenziali che ti portano a scrivere per diventare un autore celebrato;

Non avrei compreso che nessuno suona o scrive per diventare famoso, ma solo perché la passione, la fame, il bisogno, l’arrapamento, il pianto, lo sconforto, hanno molte più facce e sfaccettature di quelle che percepivo a diciotto anni, e alla fine avrei detto sì a tutto il resto: Antonio Ricci,  il calcio sette giorni su sette, la champions, la liga, il fantacampionato, il totonero, la politica ridicola, mani pulite,tutte le maschere della politica, da  Berlusconi,  fino a  Grillo Beppe comico delle crociere improvvisato politico del vaffa, Salvini, Renzi, Mattarella, Napolitano, Bergoglio, a.k.a. papa Ciccio a.k.a. quel simpa di Francesco.

Questo almeno era quello di cui ero convinto fino a che, crescendo, non mi sono accorto che quel vago sospetto che l’animo puntiglioso e maniaco ossessivo del Furio si possa nascondere anche tra le piaghe da sleppa di un punkabbestia, non era poi così infondato.

L’abito non fa’ il monaco, ed è talmente vero e da talmente tanto tempo, che tutti gli alterna convinti del contrario hanno sicuramente l’abito perfetto.

Il dogma non era solo nelle preghiere e nelle alzate e inginocchiate a comando che il parroco faceva fare al suo gregge anziano, il dogma era nei gesti e nelle azioni, nelle parole e nelle idee di quanti si dichiaravano antagonisti, sbrigandosi a ficcarsi nella cerchia che più li avrebbe rappresentati.  Posso dire di essermi spinto a divenire straight edge per lo stesso motivo: amavo e amo ancora quel vasto genere musicale che comprende punk e hardcore, e schifando da tutta la vita borchie e collari, creste e spilloni, a livello estetico e, soprattutto, olfattivo, lo straight edge, l’hardcore positivista, mi pareva quello più adatto al mio modo di essere.

Ho detto molte volte che chi a un certo punto assorbe l’ideologia al punto di smettere di lavarsi, non ha evidentemente mai avuto un’infanzia fatta di corrente staccata per morosità, pentole sul fuoco per scaldare l’acqua altrimenti ghiaccia che esce dall’ unico rubinetto su cinque che funziona.

Ma l’animo umano è così raro che mille volte ho fatto lavori di ogni genere in case da super benestanti, e mille volte erano sporche in maniere così subdole e riprorevoli che poi, i ricchi, li guardi proprio a un altro modo.

Tappeti da migliaia di euro invasi di pelo di spinone sporco di merda e la filippina disperata sfatta di shabo e il proprietario disperato fatto di oppio e quattro operai che trasportano anticaglie da una sala all’altra aspettando l’ok per appendere la specchiera, manco dovesse controllarne il bilanciamento Fuxas in persona. in persona.

E l’animo umano è così raro che quando anche io, per un po’, ho fatto parte di quel mondo, mi alzavo ogni mattina alle sei per attaccare al cantiere alle sette, partivo in motorino e tornavo pieno di calce e kc1 e vernici, e col tremolio nelle mani per quanto cemento avevo spaccato, e mi ficcavo, dopo un cannone esagerato, dentro la sauna a svaccare.

E vivevo ‘sta vita strana fatta di muletti e contessine, guai con la finanza in banca per i cumènda,  e io che evitavo la finanza ogni volta che dovevo portare un tot da posto all’altro. Loro liquidi, io sostanza. Non ce lo siamo mai detto coi genitori di lei, ma non avrebbe mai funzionato, nemmeno se avessi creduto al Signore.

In mezzo a quel giro ricco ho conosciuto dei veri disperati. I rampolli comunisti universitari con la chierica, per dire, i critici gastronomici appena fuggiti allo studio notarile del padre per avventurarsi sull’allora pionieristica avventura del critico degustatore, tutti innamorati della mia fidanzata di allora, che era il vero prototipo della ragazza di roma nord degli anni novanta.

Per loro gli anni ottanta non erano stati disperanti: avevano comigliato così tanto al tempo delle mele che loro ci si erano pure fidanzate, con quelle canzoni.

Erano state paninare o super alla moda, questo il massimo del loro dispiacere riguardo le medie. Avevano conservato intatti i loro contatti iniziati alla materna con le figlie  ed i figli delle amiche e degli amici di famiglia.

Il loro rapporto con la classe operaia, a parte noi che gli scopavamo le figlie nella jacuzzi, era quando a casa chiamavano i romeni ( perché ci sono anche operai italiani? Sembravano chiedere le  loro arcate sopraccigliari) a  fare i lavori agli scarichi o alle pareti in perenne ristrutturazione delle case dei ricconi.

Incoffessabili estati a Forte dei Marmi o nell’oasi dello sdoganamento che era la Grecia per le mie coetanee che in quegli anni, avevano certo provato il turgido piacere di cavalcare chi lavora di stecca e americana, di pennellessa e frullino, tutto il giorno tutti i giorni. Ma da lì ad avere un rapporto più profondo di “pippiamo come non ci fosse un domani e poi schiantamelo dentro come se dovessi ammazzarmi” non c’era. Soprattutto tenuto conto di quanto venisse naturale alle ragazze romane degli anni novanta tirarsela in maniera così surreale da risultare farsesca.

Grazie a dio dal gennaio dell’88 la faccenda di come avvicinare una donna, mi era divenuta più chiara, e nel giro di un paio d’anni avevo intuito delle realtà incontrovertibili:

se sei un ragazzino che ha scopato già e sono due giorni che non vedi manco l’ombra di un massaggio veloce, ti viene una faccia che nemmeno un toporagno che non mangia da tre giorni quando passa la lumaca più lenta della savana.

(La maggior parte degli occhiali scuri  durante la pubescenza  serve a malcelare la voglia tangibile di fica che sprizzano financo le vostre pupille a cannolo.)

Se sei un ragazzino e non sei fidanzato, nessuna ti degnerà di uno sguardo, e fino a qua tutto normale, ma se appena appena una tizia in Calabria ti manda una lettera a te che vivi in Val di Susa, dove dice che le piaci e che vorrebbe tanto saltare sulla canna della tua bicicletta, ecco che allora torme di educande, pornostar, madri di famiglia, nonne paraplegiche e ausiliari del traffico, cominceranno a guardarvi come foste Tom fottuto Cruise alto però un metro e novantacinque e con un cilindro inequivocabile che impatta con la stoffa dei jeans attillati dal pube a metà coscia.

Nonostante determinati misteri  fossero meno oscuri, anche grazie a un’educazione impartita perlopiù da donne, le ragazze degli anni novanta sono state uno dei fenomeni che più ha influito nell’andamento del circuito punk e hardcore di questa città. Fosse anche perché tira di più un pelo di fica che un carro di buoi, fatto sta che imposero tutta una loro visione della faccenda.

Se si dovesse intervistare un numero di donne riguardo quel periodo vi diranno la solita solfa della realtà maschilista predonimante etc. Etc.

La verità?

Noi sentivamo i gruppi hardcore, ci piacevano, andavamo in sala, facevamo schifo sempre tutti all’inizio, poi imparavamo, e, almeno quello, non lo facevamo col cazzo.

Invece col cazzo che lo facevano la maggior parte delle pischelle per cui, il massimo dell’aspettativa, era fidanzarsi con il tipo del gruppo più in vista e andarci in giro, per poi rosicare alla domanda classica:

-Ma te non sei la donna del…?

Pochissime e per questo rispettabilissime, si sono messe lì, e hanno fatto il corso dell’hardcore tanto quanto centinaia  di chitarristi bassisti batteristi improvvisati per tre sessioni in sala e poi scomparsi nel nulla, sicuramente maschi ma solo per un motivo ovvio:

Se siete maschi e state leggendo, non c’è bisogno che vi dica nulla, nel caso siate donne e continuate a leggere senza essere disgustate dal tono maschilista delle mie filippiche, voglio svelarvi che non è sempre facilissimo interagire con voi, nel senso…

Ok daje de esempio:

lavoravo a Barcellona tanti anni fa, nel settore delle strutture per i concerti, arrampicatori, facchini, tecnici;

tra noi c’erano anche, pochissime, ragazze. La cosa fu una sorpesa certo, ma nemmeno troppo, in fondo ci sono facchini con cui ho lavorato che pesano meno di mia moglie, tutto sta nel sapere come prendere i pesi.

La cosa strana fu che, mai prima di allora, e già erano molti anni che facevo quel lavoro, avevo trovato un’atmosfera di lavoro così tesa, talmente tesa che anche chiedere:

-hai bisogno di una mano?

Come fino a quel giorno era stato normale, divenne potenzialmente un motivo per essere bollato come uno che vo’ rimorchia’, o un sessista che ritiene le donne troppo deboli per determinati lavori.

Insomma inserirono una linea di paranoia in un mondo in cui quella cosa non era mai stata nemmeno lontanamente pensata.

Indubbiamente ognuna delle ragazze acide che prima erano scontrose e poi si scioglievano poi sentivano che ero fidanzato e che non era aria e allora tornavano scontrose, non sono mai state mie colleghe, e lo dico con rammarico, perché ho avuto molte colleghe nella vita, e tutte, di tutte le età, mi hanno insegnato qualcosa.

Ma erano altri lavori, per basse estrazioni sociali.

Ora, ancora prima di quei tempi io non ero proprio politicamente corretto come posso essere ora che mi sono cacato il cazzo di litigare con dei froci benpensanti e delle frigide perniciose, così per proibirmi eventuali epiteti che mi avrebbero estromesso dal giro ancora prima (perché era lì che si imponeva questa strana linea di pensiero che guida le pubbliche opinioni in questo scorcio di inizio millennio),  le chiamavo “le splendide”. E mi ostinavo su un fatto:

avevo mezzo iniziato a scrivere una merda di testo per una specie di stand up comedy, era al massimo il 1993, e la cosa verteva sulle donne, sulle splendide in particolare, e su tutte le richieste esigenze imbecilli che palesavano e si tenevano strette come fossero (forse lo sono ancora) realmente parte di una personalità e non una posa idiota, einsomma andavo avanti così per un po’ gettando misoginia a piene mani  tutt’attorno, ma la cosa reale, concludeva il pezzo, è che tutto questo avviene perché loro sono splendide, è vero, ma noi siamo gli imbecilli senza spina dorsale che ingoiano e ingoiano in virtù di chissà quale premio speciale, salvo poi ogni tanto farsi partire il matto e massacrare una povera crista per vigliaccherìa.

Non è più una questione di femminismo, rivendicazioni o che, è amor proprio.

Siamo stati così educati –e questo lo dico io ora- al senso di colpa, quello cattolico, quello madre figlio proprio dell’educazione, quello madre-figlio proprio delle coppie separate con figli, quello uomo-donna, tipico dei maschi figli di donne divorziate con pessime esperienze di coppia alle spalle, quello uomo-donna in quanto la donna per secoli è stata oppressa etc etc quello bianchi-negri perché i negri porelli…

(Mi piace la summa che fa il popolino ( e pure il popolone) quando cerca di spiegarti perché dovresti, socialmente, sentirti in colpa in questo dato momento: gli oppressi, gli sfruttati, le donne vittima di, i bambini, i bambini malformati, i gattini, i gattini malformati.

La vicina anziana al bar osserva il tg mentre prendi un caffè a Corso di Francia, a p.za Ungheria, a via tagliamento, a via Pian due Torri, a via Vajano, a via Troja, ai Due Leoni, a via Cola di Rienzo, a viale Regina Maria Pia, e la notizia –di quelle tremende- susciterà sempre in lei la medesima affermazione straziata:

-Porelli!

Così siamo cresciuti in questo brodo primordiale di senso di colpa e spiegazioni colte sul perché-fosse-giusto, umanità e sano menefreghismo istintivo, speranza che mai ci tocchi e scaramanzia manifesta tramite oboli agli sciancati o alla vecchiarda fattucchiera zingara colle medagliette dei papi sconsacrati;

e crescendo abbiamo deciso che dovevamo compenetrare e comprendere, le donne, noi maschi reduci dai pomeriggi davanti a motorini coi carterini smontati con la moneta, a cambiare le candele, a pulire il carburatore ingolfato, ci siamo ritrovati così poi a vedere il film proto femminista lesbico politicamente corretto e noioso come contare i capelli sulla testa di qualcuno. Il peggio era che, quelli come me, erano i maschi meno maschi del cortile, ed una volta rimessa in tasca la moneta guardavano il blocco motore elementare del piaggio, pensando:

-e mò?

La speranza era che più atroce fosse stata la sofferenza maggiore sarebbe stato il premio, e quindi se mi sciroppo due ore di bianco e nero con due tizie che sembrano il cantante dei talking heads cogli occhiali e le tette mosce, dopo, santo dio, voglio che me lo succhi mentre mi canti tutto Suffer dei Bad religion.

Quel pensiero fortissimo era celato dietro a degli sguardi attenti.

Forse ero io e pochi altri come me, forse molti altri non ci pensavano proprio a quelle cazzate, e se la godevano di più. Tutta la vita a villa Pamphili coll’autoradio sottobraccio, lei coi tacchetti sul prato, lui con lo sguardo incazzato che cammina due metri avanti, e non hanno manco litigato: cercano un posto per infrattarsi e quella è l’espressione che avranno da ora in poi per il resto della loro vita.

Dovevi pensare a questo mentre guardavi  “ Go Fish” in quel cinemino d’essai, altrimenti non avresti resistito nemmeno se avessero iniziato a fare la forbicetta dal primo minuto( e cessi rari com’erano grazie al dio dei segaioli adolescenti, non lo fecero).

E quelli come me, del mio quartiere e dei quartieri come il mio, venivano da realtà in cui divertirsi era proprio diverso. Il club che si chiamava night, la sera era stato sinonimo o di malavitosi o di divorziati;

fino a poco prima, altrimenti,  c’erano la bisca o il bar, ma la vita, la fiesta, erano state taboo per così tanto, che natale e capodanno continuavano a essere supercelebrate perché, davvero,  erano le volte che ti sfondavi di più tra le amorevoli maglie di famiglie sterminate, tanto che se tuo padre vomitava a capotavola dov’erano già al dolce, il tuo lato del tavolo era così lontano che ancora stavate al primo e di quello gli era successo non  vi sarebbe giunta notizia che  dopo un paio d’ore.

Dico che le feste erano taboo perché veramente, un tempo, le classi sociali avevano abitudini distinte, e non esisteva quasi nessuno dei mortali che usciva tutte le sere per andare fuori dal quartiere. Prima dell’avvento dei concerti hardcore, punk, prima dei centri sociali in posti lontanissimi, prima delle discoteche enormi che facevano le seratone, al massimo andavano di pomeriggio alla disco al quartiere a fianco al tuo.

Noi no, perché per essere sfigati davvero, ci vuole costanza: noi ci chiudevamo nella saletta del barista, foderata di cartoni di uova, e suonavamo le covers…

La sera si tornava a cena a casa, i giovani maschi uscivano per andare sotto casa, quanlche rara femmina, più grande spesso, scendeva anche lei fino alle dieci, e pure che volevi, al massimo due canne e domani a  scuola. Oppure staccavi il catenaccio che ti teneva aggrappato a quella realtà piena di urla dalle finestra della chiostrina interna del palazzo, e te ne andavi via, ma, per dire, di tutto il mio palazzo, io sono stato l’unico, ed ero pure il più giovane.

Quelli che pensavano di staccare il catenaccio per mettersi quello della robba, alla magliana, non facevano altro che scendere sotto casa, farsi, salire su casa, rubare, scendere sotto casa, farsi… fino a che, finita la roba a casa loro cominciarono a farsi gli appartamenti.

A noi due volte, e la seconda momenti li becchiamo, io e Luca, poi mi sa che ci cachiamo sotto ma non lo so, perché ho la memoria selettiva, so che poi chiamai mia madre per dirle che avevano derubatod a noi e da Marco, che mi abitava di fianco.

Ero piccolo, una decina d’anni.

Quando a roma nevicò i tossici e i coatti sotto casa fecero un pupazzo grande e bello. Non vollero che li aiutassimo pure noi, così, al pomeriggio, lo distruggemmo. Volevano ammazzarci, invece vennero a suonarci a casa, con la faccia come il culo, pur sapendo tutti di chi stavamo parlando, ci obbligarono a chiedere scusa, e quei quattro tossici cornuti e coatti abbrutiti e invecchiati presto, fecero pure la parte dei duri ma col cuore tenero, perdonandoci e dandoci buffetti amichevoli.

Er cazzo.

Quando a uno di loro scoprì di essere sieropositivo, non perdemmo tempo a dispiacerci, e a tutt’oggi al pensiero, mi viene in mente solo come ci avevano trattato fino a quel giorno, dopo eravamo praticamente invisibili, e non riesco a non pensare che chi dispensa male così gratuitamente, per quante giustificazioni possa avere la causa, è destinato sempre a subirne l’effetto.

Questa cosa della chiesa e della gerarchia impartita a suon di sganassoni ha prodotto in noi da adulti l’effetto di non avere mai praticamente avuto rapporti con gli adolescenti eventuali, loro a crescere in una bolla isolata in cui ogni adulto parla per bocca di mamme iperprotettive. Quei pochi che sono in giro da soli, nei quartieri più periferici come in centro, che ci somigliano di più, sono zingari o figli di africani appena arrivati.

Per dire.

All’epoca chiunque poteva prenderti a calci in culo, se giustamente motivato da un tuo sgarbo di bambino, e con questa consapevolezza nessuno ha mai abusato. E con questa consapevolezza nessuno di noi sarebbe andato via con uno sconosciuto che diceva di essere tuo zio, nessuno sarebbe salito su un’auto a meno che non ce l’avesse infilato dentro la madre.

Che quello era frocio lo sapevamo prima di sapere che cazzo facessero o fossero i froci, ma sapevamo che potevano essere qualcosa di cui ridere quando un adulto faceva l’imitazione, o quando Tognazzi passava in t.v col vizietto, o da cui stare in campana quando ti invitavano a fare un giro in macchina.

Io avevo imparato a mie spese che seguire un adulto può essere dannoso, scioccante o quello che vi pare, essendomi ritrovato a cinque anni in un cesso pubblico con un tale che si è massaggiato l’asta davanti i miei occhi, invitandomi a dire a mio padre di fare la stessa cosa.

Avevo imparato a mie spese che i genitori quando un pericolo è tangibile, raramente servono a un cazzo.

Soprattutto per i bambini: quando voi vedete un pericolo e per il bambino non c’è, spesso avete ragione, ma spesso è anche vero che dove loro vedono il mostro voi nemmeno ci guardate, e il mostro poi, c’è davvero.

E di tutti quelli che vennero su dalle mie parti, nessuno o quasi è finito veramente male, credo.

Almeno non a causa delle nostre esperienze traumatiche.

Abbiamo tutti imparato ad amare la nostra infanzia perché paragonata a quella degli altri, avrebbe potuto davvero essere peggiore.

Così, in mezzo a tutto questo impasto di input differenti, quelli che potevano vantare una provenienza periferica cominciarono ad ascoltare diversamente la nuova musica che facevano i negri dei quartieracci.

E le ragazze romane disapprovavano quando tu cantavi o dicevi questo e quello, salvo adorare il pezzo sul culone fatto dal tizio famoso perché senti com’è ballabile, e tu non dovevi dire frocio perché

Innanzitutto ho tantissimi amici gay

(e chi è che fa il segregazionista ora?)

Poi perché i gay sono persone sensibilissime

(e chi è che si nutre di stereotipi o/ pregiudizi, ora?)

Poi perché tizio e gaio sono gay e si offendono quando fai le battute

(punto a tuo favore: non me n’ero accorto, non lo meritano e… Ma dai, froci anche loro???)

E soprattutto le ragazze romane degli anni novanta avevano sta cazzo di necessità di venire a casa tua…

La prima che mi fece capire cosa si intenda dire per Pompino, era una tizia di san Pietro, vedi te, che amava girare per la Magliana con me, come una visitatrice dello zoosafari che avesse contatti diretti con l’orango.

E’ durata proprio poco: appena l’ho vista in guepierre e body rosa sono scoppiato a ridere per l’imbarazzo e poi non c’è stata più storia.

Il giorno dopo a scuola un tale si disse dispiaciuto per la mia impotenza, che io ovviamente confermai.

Quando uno è genio…

L’unica maniera di affrontarle ad armi pari quelle tizie era:

avere i soldi

(ed io ero escluso)

Saper giocare a poker

(ed io ero escluso)

Pensare molto intensamente al proprio culo come a qualcosa di estremamente caro

(ed in quello io, ero un maestro)

Scelsi la mia strategia per affrontare, più o meno indenne, le tempeste ormonali mescolate ai deliri alcolici che mi avrebbero accompagnato negli anni a  seguire da quel cazzo di Go Fish in poi.

Il dogma, dicevo, assume moltissime forme, forme che non ti aspetteresti, a volte prende l’aspetto di qualcosa che al dogma è nemico giurato, tesi ed antitesi, alla fine, sono la stessa cosa, parte di un insieme.

Ogni mia parola perderebbe di valore se ogni mia azione fosse il contrario di quanto affermo.

Il dogma imperante dalla fine di quegli anni semplici in cui avere paura della russia e delle bombe atomiche, in poi, è rimasta la paranoia ma in forma differente:

la stessa paura dell’attacco nucleare che aveva fatto istallare rifugi antiatomici nelle proprie case, sarebbe stata utilissima per convincere tutti che il proprio alito potesse essere un veicolo di segregazione sociale, che l’odore del proprio sudore possa divenire unico elemento di successo o disfatta nella vita.

Al posto di dio e i suoi sicari che giudicano le azioni di implumi seienni, ora ci sono orde di giurie magnetiche che ti passano al vaglio senza che te ne accorga.

Il nome del tale sulle mutande è storia del passato: ora i tali si tatuano i logo di brand multimiliardari, sperando di prendere qualcosa di soldi, come human sandwich.

Se puzzi, hai troppi peli, se non hai le scarpe xxx, o la maglia yyy, se non mi porti a mangiare là da www, allora non te la do.

-Ma…è depilata?

Essendo moda diffusa, il maschio merlo al midollo, si ritrova a spendere cifre esorbitanti per piattini decorati grandi come due chipster messe in croce ma molto evocativi (?) nei colori e nell’impiattamento…

Essendo moda diffusa il maschio merlo si ritrova a primeggiare nell’arte della presa per il culo definitiva:

il master chef dell’assaggino.

Generazioni venute su a un chilo e due di pasta per quattro persone, che improvvisamente con un pacco da mezzo chilo ci fanno sei cene e due paste al forno. Piatti larghi come il lago di como, con dentro un’aringa sfrisata su lett(in)o di purea di mela marcia e rosmarino dei sargassi, sale di parigi e due gocce di salsa nera di occhi di bue e cocciniglia del platano.

Quando eri un ragazzino come me e ti volevano comunque dare una speranza ti dicevano:

-fa’ l’alberghiero

Averlo immaginato.

Ad avermi fregato qualcosa.

Così arriviamo piano a quello che è il credo attuale.

Una volta quello che più colpiva i ragazzuoli abituati a scuola di musica, gorgheggio, solfeggio e palleggio coi coglioni che alla fine si sganciavano dallo scroto e rotolavano giù sul tappeto buono, tra il pianoforte e la cesta di spartiti, era il fatto che il fottuto rock and roll, il blues e il conseguente R’n’ B, il rock ribelle, quello psichedelico, poi definitivamente il punk, potevano essere suonati da chiunque avesse intenzione di spaccarsi le dita e divertirsi.

In definitiva le canzoni potevano essere scritte da chi aveva del talento, pur non sapendo scrivere uno spartito.

Con questo spirito tutti si sono avvicinati alla creatività in genere, e dopo anni di accademica tecnica, finalmente la rabbia, la gioia, la voglia, avevano una forma per essere messe su nastro, su tela, su carta.

L’espressione al potere.

Gli imbrattacarte reduci dal lirismo ottocentesco che nel 1950 ancora riempivano libri e articoli, erano stati sostituiti dagli imbrattacarte rivoluzionari che invece facevano della cacofonia politica il loro credo,  e questi ultimi stavano per  essere travolti da generazioni non scolarizzate che avevano imparato a leggere e scrivere per voglia e non per bacchettate sulle mani, per necessità e non per posizione,  e stavano per riversare sul mondo il loro pensiero, come stavano per stracciare corde alle chitarre, fregandosene se i loro vocalizzi erano melodiosamente sublimi o se somigliavano a uno che canta sotto la doccia con una voce decente:

per una volta era il contenuto a valorizzare la forma.

Prima delle derive cantautoriali in cui erano assenti sia forma che contenuto, ma solo un’accozzaglia di cliche su tre accordi noiosi.

Ora che siamo grandi e ci siamo fatti grandi con questo bagaglio alle spalle, ci accorgiamo che mentre eravamo convinti di esserci lasciati tutto dietro, e che finalmente dalle generazioni prima di noi in poi, avevamo imparato ad andare oltre il virtuosismo fine a se stesso, ecco che ci ritroviamo in un mondo plasmato sulle bugie che dal nostro,  sono state tratte:

Anche ora la speranza è per tutti, ma non quella di esprimersi ma quella di sfondare e diventare famoso, e per farlo, vabbene che sei talentuoso e che ti abbiamo scovato tra l’immondizia del tuo paesotto sperduto, però devi aver il quid, il fattore echis, devi piacere alla massa.

Con questo presupposto tutta la nostra filosofia se ne è andata a puttane. Laura Pausini e il festival di San Remo ce li avevamo pure noi poveri cristi, e alla fine pare abbiano vinto sempre loro, perché adesso non conta saper cucinare, tutti sanno cucinare, devi essere un masterchef, incontrare il gusto dei giudici, utilizzare prodotti che nessuno trova sulla propria tavola a meno di non lavorare per il contrabbando alimentare o da Eataly. Ecco questo c’è adesso: il cibo che una volta si comprava a lu paese, è divenuto elitario, fare la spesa uno status symbol, parlare di ecologia o economia verde fa così figo che vorrei mangiare palstica e cacare petrolio a chiazze direttamente sulle capoccette dei cuccioli di foca, prima di coprirli di lattice e farci bambole agonizzanti.

Il dogma in vena del buonismo, dell’immagine pubblica, dell’autocensura, dell’autorepressione costante;

Ancora noi ragazzotti strippavamo con il grande fratello di Orwell, convinti che fosse necessario stare all’occhio perché certe cose non succedessero. Quando è arrivato il programma tivù involontariamente citato, capostipite dei reality, ma frutto finale di esperimenti che andavano avanti da un po’ di anni, l’effetto che mi fece fu mille volte peggiore di quello che mi fece la diretta delle due torri che crollano colpite da due aerei a nuova York.

Non voglio essere cinico, perché non lo sono davvero, solo superficiale, evidentemente, perché a tutt’oggi, pur sapendo che in genere gli omicidi in diretta come quello di Carlo Giuliani, sono stati funzionali alla morte sul nascere di un movimento intero, l’eccidio delle torri, e tutto il conseguente corso storico, fatto di migliaia morti in paesi che l l’alleanza atlantica chiamava canaglia, per vendicare le migliaia delle twin tower,  continua a non farmi alcun effetto. In realtà manco le stragi di Madrid o di Londra. Per non parlare della più recente, a Parigi.

Oslo. Il giorno che il tizio brevnik sparò su una folla di ragazzini, io stavo lavorando all’università. Molte volte ho desiderato sparare sulla folla, per un istante o rimuginando in casa, ma, credo, mai lo farò. Ecco, il lavoro all’università, l’allestimento e il disallestimento di un backdrop fotografico, in mezzo alle torme di ragazzini ricchi che avevano sponsor per ubriacarsi e drogarsi, è stato, a tratti, uno di quei momenti, quando sei stanco morto, sudatissimo e devi passare con delle barre d’acciaio sulle spalle in mezzo a tutti quei volti festosi e strafottenti che non riescono a capire che se non si tolgono, si fanno male davvero, alla decima volta che fai lo stesso percorso postazione/furgone furgone/postazione, vuoi solo andare via, vedi la tua auto parcheggiata lì dietro, alle brutte il furgone è qui, pronto per fuggire, e invece torni indietro per altri cinquanta giri, ecco, un fucile semi automatico in quei casi… anche solo per un colpo in aria. Vedi poi che se levano tutti dar cazzo.

Quando mi sveglio sul letto, dolorante, col mal di testa e il bisogno e il fastidio per la stessa canna che è lì, accendo la t.v. e sento che un tizio ha ammazzato tutti quei ragazzini. Dopo che invece giù da noi, avevano fatto saltare il cancello di una scuola al momento dell’ingresso alle lezione degli studenti.

Ecco, in entrambi quei casi mi sono sentito una fitta pesante allo sterno, e la percezione che  che ti anticipa un  dolore extrasensorialmente, prima che tu ne venga, effettivamente, informato, che si palesa con un senso di spalle che cedono sotto il peso del mondo, la sindrome di atalante, che sa che sta perdendo le forze. È il cervello stesso che ti dice:

-siediti

Prima che squilli il telefono e ti dicano:

-no, no, è il nome che è scritto male: il morto è proprio lui, l’amico tuo.

CAPITOLO 1: Pessime idee e rattoppi forzati

18 Mag

Il caldo. Il sole bianco, la luce che scotta e che si posa sul paesaggio rendendolo bollente, l’immagine che si rifrange nei bordi, riverbera, scontorna tremolando, come osservare il vapore che esce dalla pentola dell’acqua bollente;
una distesa di cartoni ammaccati e bottiglie posate sul fianco, un paio di piedi nudi spuntano fuori da un paio di calzoni di lana, grigia la lana, bianche le lenzuola, bianco l’orizzonte, pallida la pelle del viso che si fa spazio tra ciocche sbiondite, il volto rasato male, le piccole bollicine rosse, i tagli sulle braccia, i tagli profondi sotto i tessuti, il sudore a gocce, la “massima” presa da Hunter S. Thompson che recita:
-Ho il sangue troppo denso per il Nevada
come spiegazione finale ad un continuo grondare e asciugarsi sulle maniche corte di t shirt accostate al grigio della lana.
Un paio di scarpe di camoscio rosso sono al riparo sotto il letto, dal bagno si sentono dei rumori morbidi, un capezzolo erutta schifezze attorno ad un anello di acciaio chirurgico, una canna aspetta il turno di chi è in bagno, per venire fumata di nuovo.
Strascichi di viaggio si incrostano alla realtà, sovrapponendosi come fotogrammi in un video,
la fine e l’inizio si somigliano, o almeno sono più vicini tra loro di tutto il resto del viaggio.
Un sapore in bocca che il caffè non fa che acuire, l’acqua gassata che non si avvicina a lingua e palato, ma almeno riempie lo stomaco senza dare voglia di vomitare; bisogno urgente di cetriolini, carciofini e sottaceto vari per tacere quel gusto cementato di posacenere in cui qualcuno ha vomitato.
Lei esce dal bagno e profuma, profuma come non si fosse mai drogata in vita sua, come non avesse mai toccato un goccio di alcool, come se non mi avesse sudato contro poco più di venti minuti fa;
Si avvicina, mi parla, mi dice che cosa faremo, che cosa farò, che cosa farà, fino a che non mi ficco anch’io sotto il getto d’acqua, fregandomene di tutto il macello che faranno acqua, shampoo e altra acqua, sulle impronte dei miei piedi sul pavimento non lavato da mesi.
Ho ancora nelle orecchie anni di rimproveri e avvertimenti fatti aldilà di quel muro, da mamme e zie, il toc-toc sulla porta mentre ero seduto a finire un libro, il metti i tappeti prima e toglili dopo che li hai inzuppati d’acqua, e tutto il corredo inascoltato, certi che ad un certo punto, come per magia, le cose si sarebbero rimesse a posto da sole.

Esci dal getto e dalla vasca, ti infili nei medesimi calzoni di lana grigia che portavi prima della doccia, ed i calzini li scegli a naso, nel vero senso della parola, tra quelli che non puzzano troppo.
Esci e vedi che deve succedere, sapendo che te e lei vi vedrete in giro perché lei apparirà ovunque a un certo punto la sorte ti porterà.
Ci incontreremo dannandoci l’anima per quanto siamo lontani da casa che sarà l’unico posto dove vorremo andare.
Non ci verrà mai in mente di dirci:
-Stasera, magari, restiamo a casa
perché saremo una generazione votata al rimpianto già dagli albori, da prima di avere il coraggio di chiamarci una generazione;
Poi saremmo divenuti una generazione per ogni cosa, con centinaia di definizioni che non significano nulla, come nulla vuol dire essere votati al rimpianto, tranne un lirismo forzato che appena ce lo metti vorresti toglierlo.
In giro ogni giorno senza un soldo in tasca, incontri i tuoi amici che ti hanno convinto di essere nella tua stessa situazione, tranne che quando è ora di mettere sul tavolo il futuro, te non trovi nemmeno il tavolo, mentre i tuoi amici disperati del sabato avevano già tutti un asso in tante di quelle maniche, che più che nichilismo il loro è stato un brindisi prolungato a base di tutto quello con cui si può brindare.
Ciononostante un minimo di status da cantante hardcore che qualcuna si vorrebbe scopare, rimane, con quello ci bevi gratis, ti ci droghi e ci rimedi da dormire. A volte anche da scopare ovviamente.
Ma da quando lei è stata male, male con la testa, cerchi di smollare un po’, di allontanarti e fare felice almeno la madre, visto che la figlia l’hai aiutata a scivolare in una mania depressiva da cui chissà se si è mai ripresa davvero. E aspetti. Aspetti perché mentre di tutto quello che accade al di là dei tuoi muri non ne sai nulla, non ti interessa nulla e non avresti modo di saperne anche volendo, di quello che può accadere a te ti interessa una cosa, e di una cosa sei certo: te la farai accadere in jeans sformati e capello alla come cazzo capita, piuttosto che in divisa verdeoliva e taglio da sfigato.
Così di certo di quegli anni ricordi solo una cosa: che gli zingari si sparano in casa demolendo il loro paese, e che il nazista famoso lo assolvono in primo grado dall’accusa di eccidio e in molti si offrono di ospitarlo, e te ti condannano per renitenza alla leva, a farti quattro mesi di galera comune nel penitenziario di massima sicurezza di Sulmona.
Non sarà in galera che imparerai a parlare con te stesso.

Molti anni prima:
Erano gli anni di piombo, a tutti gli effetti. L’anno che rapirono Moro avevo cinque anni ed il massimo del pericolo consisteva nel non mettere le mani sulle stufette a cherosene accese. O non avvicinarsi a cani o gatti col naso sbiadito e crostoso tipico della rabbia che girava per i randagi del quartiere.
I lamenti mugugnati in dialetto strettissimo seguivano puntuali le notizie del telegiornale. Mia nonna e le sue figlie di fronte allo schermo del televisore nella sala, ad un corridoio di distanza dalla parte di casa di una delle zie e la sua famiglia, ad un corridoio ed un cortile terrazzato dall’ingresso da quella dell’altra zia e della sua, di famiglia.
I più giovani passavano dalla finestra che sbucava dalla stanza degli ospiti di nonna all’ingressetto verandato di mia zia. La testimonianza rasa al suolo di un’architettura concentrica, in cui lo sviluppo somiglia a quello del fusto degli alberi, senza curarsi di rifinire dettagli come una finestra che da su un ingresso. Anzi, forse valorizzandone l’effetto di sviluppo graduale conseguente a un’economia che, concentrica pure lei, stava rendendosi salda e forte. Testimonianze che sono state demolite dalle ruspe senza antropologhe in gonna etnica a difendere i valori di un pezzo di paese che non sarebbe mai più esistito.
La colonia di baracche di santa passera era un’isola che non somigliava alla baraccopoli immaginaria di Brutti sporchi e cattivi con Manfredi, più di quanto gli attori delle trasposizioni di romanzo criminale somiglino ai loro corrispondenti reali, vivi o morti che siano.
La regola cinematografica e più in generale quella della riproduzione per immagini, ereditata direttamente dall’arte del “caricaturare” i personaggi, consiste nell’esagerare o annullare eventuali dettagli, in virtù di un senso estetico, sia esso da scuotere o da massaggiare delicatamente; tutte le gradazioni nel mezzo, quelle che richiedono un momento più lungo della semplice osservazione superficiale tipica di chi è convinto di star approfondendo, per essere comprese nei loro abissi e nelle loro vette inevitabili, semplicemente non interessano.
I baraccati puzzano e sono sporchi, dalla sessualità prorompente dei fauni in calore, lo ha detto Pasolini e lo ha confermato il film con Manfredi, enorme nell’interpretare l’assioma dei desperados delle bidonville: sono brutti sporchi e cattivi.
E non è che non sia vero, in alcuni casi, ma generalmente quelli tra cui sono cresciuto erano operai più o meno specializzati che faticavano ad adattarsi alla città, ma necessitavano il lavoro nell’area urbana, così trovarono il compromesso optimo: si costruirono una colonia fatta a foggia di paesino, sulle sponde del fiume, che all’epoca erano libere e sgombre, e non dovevi litigare con mafiosetti albanesi per farti l’orticello.
La parte degli sprofondi viceversa era simile a come la raccontavano poeti e artisti illuminati; la piccola shangai del resto per me è pura narrativa che trova spazio nelle memorie vicino all’isola del dottor moreau e la grecia della Fallaci di Un Uomo:
E gli spofondi di santa passera col tizio di dodicianni con la cicatrice dal pube al torace larga e spessa come l’orma di un copertone del ciao piaggio,geograficamente eraro vicini a quelle parti anche loro.

Del resto la mia grande fortuna (?) è stata che quando avevo tre anni i miei presero un appartamento dall’altro lato della strada, nel palazzo. Dal 1976 in poi ho smesso ufficialmente di essere uno delle baracche, e sono divenuto un mezzosangue. Anche se i boccoli erano rimasti.

Nel corso della vita le esperienze tendono a scansarsi e farsi largo, anziché sommarsi. Come in una sorta di costante hit parade, l’ultimo ricordo cocente prende il posto di quello immediatamente antecedente. Il che è una soluzione al problema degli spazi negli archivi della memoria, ma conduce a ripetere molte volte le stesse esperienze senza mai trarre giovamento né dalle sconfitte né dalle, rare e d eventuali, vittorie.
Ciò non toglie che come il vaso di pandora la memoria, ha un coperchio che se tolto, può esploderci in faccia lasciandoci a volte senza fiato. E’ quando la merda raggiunge il ventilatore.
Durante lo sviluppo l’essere umano passa attraverso numerose strade tortuose, e durante il corso dell’esistenza raramente riuscirà a comunicare a terzi il proprio sconforto, o quantomeno raramente troverà qualcuno che comprenderà a fondo di cosa stia davvero parlando.
le gerarchie che già il cortile impone prevedono l’accettazione di alcuni soprusi in virtù di un superamento di grado: dopo averli subiti li farai subire, tanto il calo demografico ancora non è un problema e di ragazzini da terrorizzare come hanno terrorizzato te, ne verranno a bizzeffe.
La frustrazione. Il non poter spiegare fino in fondo alle persone con cui sei costretto a passare più tempo, genitori o adulti in genere, cosa vorresti davvero e perché.
La vita è fatta di gradini enormi da superare, da subito. Lo vedo nelle espressioni delle mie due figlie. Lo ricordo sulla pelle, senza riuscire a plasmare il ricordo in qualcosa di più definito di un rossore violento che mi invade. Niente di definito perché se ripenso a tutte le volte in cui mi sono sentito umiliato, mi viene solo tenerezza per un mondo che dimenticava troppo in fretta che era finita l’epoca dei ragazzini in fabbrica;
lo dimenticava perché gli era stato negato proprio mentre la loro generazione del boom si godeva tutto. Loro no.
Per cultura della famiglia, per debiti di gioco, per quello che fosse, alcuni di loro non si godettero un cazzo di quell’epoca d’oro, solo le canzonette alla radio e uno sguardo fuori dalla finestra su un mondo che sembrava fantastico e già troppo lontano, come passare l’estate su un letto con vista sul mare e una gamba rotta in trazione.
E siccome per tutti è impossibile comunicare quale davvero sia il loro problema, ci si è reciprocamente non ascoltati, educandoci noi figli da noi stessi aiutati da figure che ognuno sceglieva per se, dal cantante famoso allo scrittore maledetto, e seguendo alla lettera i dettami delle case in cui si viveva comportandoci come ospiti di poco riguardo, che quindi facevano meglio a rifarsi il letto se davvero volevano continuare a dormire là. Ma riguardo all’ascoltare i consigli, era tutto un altro discorso.
I consigli non esistevano. Chi ce l’aveva fatta a te che ti scopavi la figlia ti guardava con pietà perché sapeva che non saresti mai stato davvero un problema: alla prima bolletta vera saresti fuggito o ti saresti dovuto mettere a fare rapine per permetterti quel tenore di vita.
Chiunque aveva un lavoro, ma pochi avevano capito davvero cosa stesse accadendo. I balcani per me non erano nulla, non distinguevo Praga da Vienna. ero passato in Jugoslavia da bambino in auto per raggiungere una militarizzata Romania, in vacanza. Una famiglia distrutta da un incidente durante uno dei tanti viaggi. Padre e figlio grande morti e figlio piccolo e madre salvi. Ancora mancavano anni a che accadesse e mi ricordo poco di loro, poco di tutto in realtà. Tranne una squadra di pallavolo femminile con cui mio padre si è fatto foto e mi ha fatto foto e tutti sorrisi e maggiori età appena rasentate, e io avevo sei anni e moro lo avevano ammazzato ancora le b.r. ufficialmente. E poi se lo sarebbero dimenticati tutti ma si creò una mitologia dietro quel gesto che poi divenne sinonimo di infiltrazioni, servizi deviati e stato criminale.
I compagni autonomi facevano a gara per farsi la r4 rossa, i rimandi all’azione se ne sbattevano che fosse stata troppo professionistica. La gente vede sempre solo quello che vuole vedere.

Erano gli anni di piombo e il comunismo era il “mezzo per educare le menti al raggiungimento
dell’autogestione e quindi all’anarchia” a detta di mia madre. I miei zii erano democristiani, ovviamente il punto cardine per loro come per moltissimi che leggevano al massimo il corriere dello sport, se leggevano, era il “cristiano” insito nell’essere democratico. Dubito che avessero idea di che si intendesse con democrazia, ma l’unico di loro che ho mai sentito bestemmiare, una volta sola e molti anni dopo, ha pianto per non so quanto tempo. Immagino che la notizia che aveva ricevuto fosse davvero pesante, e immagino che dovrei ricordarla in quanto presente all’accaduto, ma ho una memoria selettiva e di quel periodo crepuscolare in cui mi avvicinavo ai dodici forse tredici anni ricordo poco, soprattutto i topless delle amiche di quelle che si scopava mio padre portandole nella casa in campagna, di famiglia.
Ricordo che la luce e i falò che prima mi avevano affascianto col chiarore che emanavano ora mi sembravano buii e oscuri, e distinguevo a malapena i contorni. Complice anche il fatto che cominciavo a vedere male per via della miopia che nel corso degli anni si sarebbe andata acuendo, e per via del fatto che gli occhiali in gioventù li ho fatti finire nei modi più impensabili.
Durante le notizie davvero tremende tipo la strage all’aereoporto di fiumicino, l’italicus, le bombe varie e gli attentati sentivo mia nonna piagnucolare nello stesso modo con cui lamentava il fatto che un concorrente di un quiz perdeva o il protagonista di dancing days veniva schiaffeggiato da un’arrabbiatissima moglie. Con Alfredino toccammo l’apice in casa: preghiere, pianti e amore incondizionato, tanto che a un tratto, io che ero davvero piccolo all’epoca, mi sentii colpevole di aver pensato cose tipo:
-sbrigati a morire o a uscire così si ricordano di me
e mi viene sempre in mente quel tale emaciato, secco come un chiodo, piccolo di statura, un adulto che piangeva in diretta per non essere riuscito a salvarlo.
Un gancio nel cuore della nazione, acciaio contro ventricoli e membrane, ci tennero appesi in una forca transgenerazionale, un esperimento televisivo senza precedenti, l’inizo del convincimento della necessità dell’informazione a tutti i costi;
In cortile però avevamo un unico spauracchio vero, vuoi per il nome evocativo, vuoi per il fatto che ammazzava bambini, anche se solo bambini negri, comunque sia il “mostro di Atlanta”mi terrorizzava più di tutti gli attentati o incidenti a cui assistevamo in continuazione, e soprattutto mi rendeva difficile comprendere come mai fosse americano se io le figurine dei giocatori dell’Atalanta ce le avevo sull’album di calcio Panini.
Negli anni ho maturato il convincimento senza mai essere andato a verificare né conferme né smentite, che dietro il mostro dell’Alabama si celasse semplicemente l’organizzazione del kkk ma che, per non offendere l’immagine perfetta data dall’edonismo reganiano imperante, piuttosto che così rozzamente razzisti era meglio farli apparire elegantemente psicopatici.
Del resto la psicopatia con tendenze omicide è divenuta una caratteristica non più da hippie sballati fuori di testa come Charlie Manson, ma da yuppies straricchi, giovani e palestrati presi di pacca da american pshico di brett easton ellis.
In quegli anni è cominciato a palesarsi un fatto: l’omicidio poteva essere politico, mafioso o di stampo criminale in genere, ma raramente era stata fatta luce sul lato “ludico”, fatto per il piacere di farlo, che questo poteva, effettivamente, comportare.
Oggi in televisione ci sono documentari sui minor threat su sky arte, puoi vedere l’epopea del grunge a seattle o del punk rock in illinois in video, interviste ai sopravissuti delle scene, retrospettive filosofiche sul come eravamo e come siamo diventati. Allora nemmeno sapevo che i sex pistols avessero dato uno scossone alla musica quando avevo quattro anni.
Da noi erano gli anni di piombo e delle madri che si avviavano a diventare sole, erano gli anni delle case occupate a ostia e della prima grande migrazione di nordafricani. Ricordo che da un’estate all’altra i vucumprà divennero un fenomeno su cui scherzare. Nessuno si faceva venire in mente che fossero in troppi. Nemmeno quando a piazza Risorgimento il giovedì pomeriggio non trovavi un italiano a pagarlo oro. Erano altri tempi anche quelli, più vicini ma diversi come l’acqua e l’olio, gli stessi durante i quali il blocco sovietico cominciava a sgretolarsi dando il via alla più grande valanga criminale mai riversata in europa. Ma per noi l’epopea del grunge di seattle da seguire su riviste specializzate che nascevano e che morivano, e su molte delle quali scrivevano amici nostri, era più importante.
Con uno specchio da cui guardare al futuro, se l’avessimo fatto allora, magari all’ora giusta, avremmo potuto credere davvero di avere vinto, osservando il futuro sul giusto canale, lo speciale del batterista dei nirvana col suo nuovo gruppo che gira l’america alla ricerca delle origini sue e del rock, i video degli sst, dei sonics, dei fugazi, dei poison idea, le citazioni della dischord, in televisori grandi come a quei tempi non erano nemmeno immaginabili.
Penseremmo di avere vinto passando attraverso la scuola calcio o rugby, il coltello in tasca, le canne all’oratorio, il vino in osteria, i concerti alla sala dell’ospizio e poi alla palestra delle scuole, le canne a scuola, il vino di mattina, le scopate in piedi nei cessi delle scuole occupate, le pasticche prima dei concerti col nome del gruppo, la fattanza/sbornia triste ed i collassi con gli occhi rovesciati, le macchine degli amici, le sbrattate lungo fiancate illuse di restare intatte, i sogni allucinati, i nazisti in alta uniforme ovunque, nei sogni, che ti sparano appena sbuchi fuori da un tunnel, il primo sogno violento e nitido che ti affiora dopo quello in cui la vecchia nonna sfila una mozzarella intrisa di piscio dal ventre mentre è seduta sulla tazza del cesso a chiacchierare con la vecchia madre dei tuoi zii, che chiami nonna per comodità, poi i nazisti nei sogni ubriachi che invece di spararti ti premiano con una cocacola in bottiglia di plastica dentro cui è conservata una croce di ferro, che ti tatuerai al risveglio al mattino, facendoti fare un obbrobrio dalla fidanzata bassista che tatua purtroppo, ma sono gli anni novanta all’inizio, e quelli di piombo sono finiti da un pezzo e la Jugoslavia si va sgretolando, Sarajevo e saratoga per te sono la stessa cosa, il tuo unico commento alla guerra sarà:
-cambia, vedi se fanno i simpson…
Ne hai avuto abbastanza: è una vita che minacciano di bombardare da ovunque, ustica ti ricordi che non ti ha fatto troppo male e, ne sei certo, fossi stato pure tu sull’aereo l’avresti subito anche meno, per il resto è talmente tutto repentino che se non sono bombe nei palazzi o nelle stazioni o sui treni, se non sono raffiche di mitra o pistolettate, se non sono coltellate, sono centrali che esplodono, sono poveracci che si accollano omicidi, sono omicidi rituali, sono malattie tremende, è il timore diddio che fa chiamare tutto a bassa voce, è il provincialismo insito nel voler estendere il politicamente corretto a tutti i comportamenti umani, anche tra amici coetanei, creando una generazione ulteriormente divisa: scolarizzati in contatto con la realtà, scolarizzati preda di realtà parallela, non scolarizzati preda di realtà parallela e non scolarizzati assolutamente non interessati a nessuno dei possibili piani di realtà.
La comprensione può riguardare il mondo o il proprio piccolo spazio, in entrambi i casi è fondamentale metterla in atto, e se la comprensione del proprio piccolo spazio è tutto quello che ci si può permettere ben venga: chi può permettersi di comprendere il mondo spesso non deve affrontare la realtà che affrontate voi ogni giorno.
Il buon Antonio che pure era molto attratto dal buddismo amava ripetermi che è troppo facile giungere al nirvana su un altopiano del tibet in un tempio in armonia col tutto che ti circonda, vieni a fare la tua meditazione sulla tangenziale a un quarto d’ora dall’ingresso al lavoro, bloccato in mezzo a tre chilometri di coda alle sette meno un quarto di un mercoledì qualsiasi, poi me lo racconti il nirvana che raggiungi, e mi dici quanti chackra ti si aprono.
Ma per un attimo da quella finestra del futuro spalancata sul canale della fox in hd dove trasmettono gare tra tatuatori con la colonna sonora rock pesantona, pure noi imberbi che sognamo l’hardcore di newyork col successo dei nirvana, pure nell’ebbrezza del convincimento di avere vinto davvero, sentiremmo un sapore amaro, amarissimo.
Tipo che tutto è finito da un pezzo, che la vita era vita quando i flyer si chiamavano locandine e si fotocopiavano un tanto la risma, e si attaccavano ai muri con la scopa e la colla di pesce, e che questo glamour forzato e queste celebrità dell’underground che vanno intervistando, somigliano troppo al revival anni sessanta con cui siamo cresciuti, per fare paura a qualcuno. E sotto sotto mentre ci inventiamo mascherate, nomi e canzoni improvvisate sul momento, l’unica cosa che vorremmo è fare paura come a noi hanno fatto anche paura tutti quei tizi arrabbiati sulle copertine, secoli prima che internet ce li mostrasse, anche troppo, nella loro quotidianità.
Evinceremmo che abbiamo perduto su ogni fronte, se appena cambiassimo canale attraverseremmo uno sconfinato oceano di mestizia in cui il nostro discutissimo “non è la rai” è un programma per educande alla clausura, tra storie d’amore e adozioni tra nani, interventi chirurgici estremi, gare di cucina dal mondo, lacrime a ogni occasione, tette a ogni altra, in un crescendo di lacrime e fica, tatuaggi e lacrime, tuaggi e fica, lacrime e fica, auto e soldi, senza lacrime e con poca fica, se non altro, poi cibo, bambini, bambini e vecchie che figliano, concorsi per nani, per cani, per bambini, lacrime e cani, poi il documentario sull’hardcore di sanfrancisco, il film tre di dei metallica e lo speciale degli u2 sul blues delle origini. Poi il comizio dell’italiota che non si dichiara fascio per convenzione e saluta romanamente pur difendendo il suo essere padano, alleato con quelli che si dichiarano fasci e amanti del tricolore.
Un meltin flop culturale in una cultura del rifiuto di tutte le culture, anche della propria.
I loro antagonisti non sono da meno: un carrozzone di volti noti sempre pronti a usare ogni causa nobile con un minimo di seguito come palcoscenico/proscenio da cui parlare. Twitter insegna che je suis stocazzo è più d’effetto che qualunque comizio. In un attimo tutti bollano da che parte state.
( E’ più difficile quando muore uno famoso come Nelson Mandela o vince le presidenziali uno come Obama: ai tempi di quando eravamo regazzini hardecore i nazi veri, più che unirsi al cordoglio avrebbero unito i cordoni per festeggiare impiccando qualche negro nel primo caso e per protestare impiccando qualche negro, nel secondo.)
In questi tempi che osserviamo dalla finestra nel futuro che altro non è che un televisore schermo piatto hd, invece, i nazi non si nominano, c’è l’estrema destra che non vuol dire un cazzo come un cazzo vuol dire estrema sinistra, alla quale per altro potrei essere stato associato come disertore e musicista attivo solo nei centri sociali occupati e autogestiti. Se un estremista di destra corrisponde all’estremista di sinistra come ci potevo corrispondere io, allora là fuori non sta succedendo altro che un’ inclinazione diversa del piano. Vediamo ora la pallina dove va.
Intanto,
ancora non ne abbiamo idea di quello che accadrà. Saltiamo di capitolo in capitolo come leggendo svogliati un libro di epica, cercando sempre quei quattro racconti in prosa moderna, tutti dei partigiani o dei negri in america, e non per l’argomento ma per lo stile, che l’ulisse tradotto ed adattato in quella prosa asciutta lo mangiavi come mangiavi il moby dick di melville, o la macchina del tempo di wells;
La via è rimasta la stessa, ci passi con la bici poi con la macchina in quattro, poi coi motorini con le fidanzate, poi di nuovo a piedi, fino a che non ci metterai più piede. La via che ti faceva paura a volte, un marciapiede su cui non passare per non prenderele botte. La paura delle botte che ti tieni addosso convinto che facciano troppo male anche se, ogni volta che le hai prese dai tuoi coetanei , non te ne sei accorto. Poi una metamorfosi: il giorno che reagisci al più cattivo è il giorno che reagisci a tutti insieme, e quel giorno viene e te lo godi, come ti godi lo sguardo un po’ smarrito di chi non se l’aspettava ed improvvisa un:
– ok stavo scherzando, volevo vede’ se c’avevi i cojoni.
Un tizio più vecchio di tre anni, una scuola nel nulla della periferia, il verde sporco e le scocche spogliate e abbandonate, le rapine dei tossici a quelli così coglioni da girare colla collanina d’oro, i “ te porto tutta tormarancio”;
e intanto t’avevano fatto la collanina.
Ognuno abbandonato al suo destino, già da allora. Il grande mix culturale degli anni in cui i ragazzini si staccano dalle medie e quindi dal quartiere, almeno alla nostra epoca, consisteva nello scontrarsi-con e metabolizzare-i “modi dei ragazzi degli altri quartieri” (o comunque delle altre realtà sociali).
Una volta per esempio…
Eravamo in tre, trasferta fuori dalle rispettive zone, due minorenni e un maggiorenne, coi coltelli e i sietti modificati, e la faccia così innocua da meritarci due schiaffoni per uno solo per l’espressione strafottente che ci piaceva fare;
Ci eravamo avventurati dentro una villa abbandonata, tutta recintata all’interno di un parco pubblico, in una zona semi bene, su via Nomentana.
Uno, il maggiorenne, figlio del pizzicarolo di Casetta Mattei, io, che vivevo tra Corviale, la Magliana e San Basilio (San Cleto), e un terzo, di quella parte di centro imboscata, a un tiro di schioppo dal Flaminio, a una passeggiata da San Pietro, dal centro storico propriamente detto in parole povere;
E con dei genitori molto emancipati.
Quando facciamo per uscire da lì, scavalcando le reti, il primo, quello del centro, viene pizzicato dai guardiani che si spacciavano per, o forse erano, poliziotti del parco. Io e il figlio del pizzicarolo ci acquattiamo dietro le siepi, e dobbiamo solo aspettare che quelli se ne vadano col malcapitato, senonché, la trasgressione alla regola non scritta (ma forse è pure scritta…) e la differenza tra classi viene fuori in un momento: il malcapitato se la canta.
Non fa a a tempo a venire preso che dice subito:
-ce ne sono altri due là dietro!
Altri due che fanno scomparire le lame in un secondo mentre si guardano allibiti. Si fa presto a imparare sinonimi della lingua parlata: quel giorno restammo sbigottiti, basiti, increduli, sgomenti;
E si fa presto anche a sviluppare un linguaggio spostandosi dai sinonimi alle immagini che essi ci richiamano davvero: sono così sbigottito che te romperei er culo a carci, mi sento talmente basito che li mortacci tua, sono allibito da quanto te sei cacato sotto , chi fa la spia je deve resta er cazzo sgomento… e increduli uscimmo dalla fratta con la faccia di chi davvero non ci può credere che un amico gli abbia fatto una cosa così. Uscimmo poi con un multone dall’ufficietto; multone mai pagato, grazie al maggiorenne di casetta mattei che fece da garante.
Ora, fossimo stati educati da criminali, o semplicemente fossimo stati di un’altra delle famiglie dei nostri palazzi, saremmo usciti da lì per rompergli davvero il culo a calci allo spione, senza nemmeno spiegare. Invece per fortuna di tutti eravamo selvaggi ma educati, provenienti da famiglie di lavoratori e senza nessun passato violento davvero; In confronto al tale che a tredici anni faceva la quinta elementare e che in realtà rubava macchine e era figlio di una tossica di ventisei, o al semplice teppista, al tossico che affollavano i marciapiedi che ci portavano a scuola o a basket o a giocare a nascondino barattolo, noi eravamo disgraziati con un futuro possibile, loro no, loro erano la realtà urbana senza sbocco che non fosse galera o prigione, al massimo bar, molto diversa dalla realtà urbano/salottiera radical chic, dove trovavi ugualmente il tossico e il coatto, ma decisamente d’altra levatura, loro il futuro lo avevano assicurato:
lo stavano vivendo e sarebbe dipeso solo da loro conservarlo.
Così usciti al sole da quell’ufficietto buio, sudati ed emozionati come il protagonista di fuga da alcatraz, e coglionati come i protagonisti di “questa è la nostra vita del cazzo”, non facemmo altro che risalire sui Sìetti modificati ( e se non siete di Roma fatevi spiegare cos’erano), e tornare da dove eravamo venuti, senza recriminare.
Tranne prendere per il culo per quella spiata ancora oggi, quello che io continuo a vedere come un ragazzino col cappotto nero e i capelli arruffati e la voce da femmina, e che è diventato un 43enne col barbone e i tatuaggi ovunque.
Fatto sta che certe cose nel tempo le avrebbero imparate tutti.
C’era un periodo che tutti dicevano di avere il telefono sotto controllo. Ancora oggi molti sono convinti che il loro traffico telematico e telefonico, davvero, possa suscitare un qualche interesse in uomini che hanno da scegliere se intercettare camorristi dichiarati, famiglie di zingari miliardari, politici corrotti e sprovveduti come cantanti rap, puttane scafate appena maggiorenni col vitalizio del politico, amministratori condominiali di intere aree cittadine, holding di enti benefici per il controllo e l’affidamento dei minori, dei minorati, delle minoranze;
In un periodo in cui imperversava un gioco online di quelli che non mi ricordo mai come si chiamano, che non muovi mai il tuo avatar ma ti trovi in stanze con le opzioni, e la storia cambia in base alle opzioni (pipponi da nerd);
in questo caso il tema verteva sullo sviluppo nell’ambito malavitoso degli affari del tuo personaggio.
Mi arrivavano messaggi da mia moglie che mi diceva che col crack si facevano molti più soldi che non le puttane: stava per rilevare una crack house e le avrebbe messe tutte lì a raffinare il prodotto.
Telefonate veloci per raccontarmi che aveva dovuto far fuori il luogotenente del blocco russo, perché lo aveva scoperto a fregarsi i soldi della stecca.
Ricordo che lei chiamava e io pensavo a tutte quelle assurdità che ti dici quando ti devi beccare per prendere il fumo.
(Negli anni mi hanno chiesto mezz’ettate di valvole per l’amplificatore, 50 grammi di farina, se potevo portarli per la cena(…), un casco, un mazzo di chiavi, il libro, insomma tutto basato sul “capimese al volo”,
ringraziando il cielo quando trovavi quelli che, saggiamente, dicevano solo:
-se beccamo?
Odiandoti e odiando ogni volta che hai chiesto o ti sei sentito chiedere:
-Ma na mano?
In faccia?)
Intanto eserciti di impiegate e studenti, pensionate e dementi si mandavano sms, email, chiamate video, per ridefinire il traffico di eroina in kosovo, salvo poi domandare se per caso, il latte, potevate prenderlo voi.
Se tutti quei telefoni fossero stati controllati, considerato l’elevato livello di elasticità mentale tipica dei tutori dell’ordine, oggi staremmo conducendo una guerra all’internauta sprovveduto, più falsa e ridondante ancora di quella al terrorismo che già ha sostituito quella tragedia che è stata la guerra alla droga.

Da quella finestra notiamo tutti una cosa, allo sguardo attento sul futuro che stiamo dando, e cioè che le classi sociali, per quanto divise ancora e peggio sotto determinati aspetti, si somiglino molto più dei tempi nostri, negli usi e consumi.
Il dramma dell’umano medio in questa fase iniziale del terzo millennio, è il non poter avere tutto quello che rappresenta l’ultimo grido, in mano in tempo reale abbastanza per poterne ciarlare su quello che, gli esseri umani moderni , chiamano social network.
Il social network.
Quando eravamo appena usciti dalle stragi di stato e/o anni di piombo, c’eravamo ficcati nel terrore atomico formato Europa divisa in blocchi pre chernobyl, al cinema ti portavano a vedere Rambo, e a casa giocavi col commodore 64;
Caricavi il gioco nel registratore a cassette, periferica del computer, e col joy-stick in mano (il simbolismo fallocratico, l’onanismo mal celato, la repressione sessuale implicita nel rendere un’azione abbastanza univoca, leggibile in molteplici maniere, era del tutto assolutamente voluto) passavamo ore a sparare ai vietcong, a liberare ostaggi, a battere record alle olimpiadi, a correre in formula uno.
Un po’ in cortile e un po’ a casa. I videogiochi al bar erano un lusso da una due partite ogni tanto. E una discarica di fattoni coatti abbrutiti che in nulla avrebbero somigliato a noi dieci anni dopo, aggrappati ubriachi ai flipper, ridendo come scemi e senza mai far durare una palla oltre i due minuti.
Non avremmo mai pensato che un giorno il passatempo transgenerazionale sarebbe divenuto lo scrivere messaggi da diario delle medie, frasi e aforismi, pensieri, citazioni, ricette, storie, come un diario delle medie o del liceo, a seconda del livello, e scegliere così che genere di barricate alzare.
I messaggi di morte erano insiti nelle canzoni da stadio. I romanisti si dispiacevano che fosse morto Paparelli:
-Uno solo?
Dieci, cento, mille.
Un laziale in fondo non meritava sorte migliore, a detta dei cori, cori che, sono certo, suo fratello tesserato romanista, non ha mai cantato.
I messaggi di morte se li scrivevano tra tossici, con il disegnino della bara, il nome e l’acronimo r.i.p.
Sotto casa mia sui marciapiede in travertino che tanto erano stati il lustro del palazzo di fronte al mio.
Quattro palazzi disposti a scacchiera, una croce di cielo da fissare standosene sdraiati sul muretto divisorio tra gli edifici, per sottolineare fin dove arriva il territorio tuo per parcheggiare, e dove arriva il mio per sopravvivere.
Ogni palazzo aveva un suo amministratore ed una sua particolare scelta nella decorazione della cortina. Due su quattro erano di un ente o comunque della stessa parrocchia, gli altri due, il mio e marciapiede di travertino, erano cani sciolti.
Pare pazzesco ma anche quelle erano le prime cose che imparavi: la gente è pronta ad essere fiera e rivendicarsi le cose più idiote, anche di che palazzo è.
E soprattutto:
la gente è pronta a discriminare ed escludere anche per le cose più demenziali, anche, per dire, di che palazzo sei.
In ogni caso i messaggi di morte, gli auguri di morte, erano cose o fatte senza alcun intento che non fosse riempire il vuoto esistenziale di un’entità grande come una curva da stadio, vuoto che potrebbe essere riempito dalle individualità che la frequentano, rappresentano e difendono, quella curva, invece tutto viene annullato in virtù del fomentarsi per fomentarsi, come se i tori per svago fissassero il rosso per orechiusi in un recinto elettrificato e poi dicessero paciosi:
-cara io e i ragazzi andiamo a fare una passeggiata su quel viale molto affollato…
O con l’intento molto chiaro di spaventare qualcuno abbastanza, per motivi che necessitavano l’interazione fisica e prolungata del minacciato e del minacciando, da dover poi necessariamente, quantomeno, frantumarlo di calci.
Se avessimo sospettato, quel giorno che un amico ci aveva cantati con le guardie lasciandoci così sgomenti che ancora limortaccitua, che quando noi non ancora morti di vecchiaia, avremmo continuato nostro malgrado ad avere rapporti con la società civile, in forma di status, post e tweet, summae di pensieri contorti, sgrammaticati, sintatticamente perfetti, banali ma comunque ubiqui come nessuno di noi può sognare di divenire:
Il tuo profilo migliore è quello della pagina di facebook o di google plus o di twitter, la tua personalità più sincera è quella che si esprime attraverso i tuoi polpastrelli o le tue smorfie di fronte alla web cam.
Pare assurdo pensarlo ma due decadi fa tutto questo non era nemmeno lontanamente immaginabile.
Il futuro come lo immaginavamo non è mai arrivato, o forse sì, fatto sta che, mentre le auto non hanno mai iniziato a volare e i copertoni sono sempre necessari, ora si parcheggiano da sole, ti riconoscono da lontano e frenano al tuo posto.
Nessuno si citofona più per dire:
-C’è Antonio? Può scendere col pallone che lo chiamiamo solo quando abbiamo perso tutti quelli nostri?
Ora organizzano un evento.

Un martedì qualsiasi che io e Luca eravamo seduti a fare la cozza di sputo più larga, l’uno dell’altro, due tizi ben vestiti per i canoni del tempo e del posto, ci si avvicinarono con aria cordiale. Noi che sapevamo già distinguere:
froci tranquilli
froci rompicoglioni
tossici
eventuali automobilisti infastiditi dalla nostra condotta pedonale (invero spesso riprorevole)
vicinato furibondo
postini rancorosi
quelli proprio non capivamo di che razza di parrocchia fossero.
Ed erano davvero della parrocchia.
O testimoni di jeova.
Fatto sta che mi distolsero da quell’enorme lago schiumoso che agglomerava tra le onde impercettibili, granellini di cemento, cicche di sigarette, pezzi di stagnole residui da chissà che storia tutta loro, e mi asciugai dalla bava sull’avambraccio nudo, per ascoltare il verbo dei due imbecilli.
-Conosci la parola di dio, figliolo?
-non sono credente.
-E da dove pensi che arrivi tutto questo?
– Questo attorno a me ora? Palazzinari e abusivi.
-Ma l’uomo, da dove arriva? La vita come ha avuto origine?
-Dinosauri? C’è il big bang e l’evoluzione a spiegare tutto l’ambaradan fino ad adamo ed eva, il resto ce lo spiegano in maniera equivoca tutti i giorni a scuola; del resto se ci fosse dio, ci sarebbero tutti i mali del mondo?
Al domandone dei domandoni bisogna rispondere con rispostine piccole piccole.
Da lì in poi un mare di rispostine;
Subdole, fatte un po’ per credenti e un po’ per saputelli, tutti i vizi capitali a memoria, i comandamenti, il libero arbitrio, che se non dai la risposta a comando non hai capito come funziona.
Ricordo che affabulavano un ego minuscolo dicendomi che ero molto maturo per la mia età.
E avrei anche dato un braccio per esserlo meno.
Dov’era Dio quando Olivia spiegò a Braccio di Ferro che sua mamma e tuo papà stavano fottendo come animali, in quell’auto parcheggiata a pochi metri da voi?
E dove cazzo sta dio, ora che vorrei a tutti gli effetti perdonare ma che, con due figlie piccole in giro per casa, non posso togliermi dagli occhi l’immagine di un fagotto di cappotti ammucchiato dietro i vetri di una piccola auto anni ottanta appena cominciati, che si agita e che dura troppo ma comunque davvero poco, in realtà?
Allora non ne avevo idea, sapevo solo il processo meccanico: a lui diventa duro, glielo ficca dentro, si agitano e poi lui schizza.
Non mi potevano venire in mente tutti i processi impliciti, le sensazioni intime e personali, il numero di pensieri assurdi che possono inondarti la testa un secondo prima di venire;
che cazzo ne sapevo? Ero proprio un bambino in un’epoca dopo la quale non ci sarebbe stata più l’infanzia propriamente detta, ma solo piccole fotocopie per cui complimentarsi della maturità e dell’educazione, o lamentarsi del chiasso una volta chiusa la porta alle spalle degli ospiti.
Non sapevo niente e appena l’ho saputo, l’ho scoperto e ssaporato, mi sono giurato che mai nella vita vorrei sentire un sapore così amaro come deve essere quello di uno che resta sudato a cazzo sporco coi vestiti scomodi, sopra una colla fica che sborda sbobba, vestita pure lei tranne che per l’aree funzionali, dopo una scopata così fugace che tu sei venuto ,ma nemmeno del tutto, e lei ti ha detto:
-Non ti preoccupare: mi è piaciuto lo stesso…
Anche se una strana scattosità nervosa nei gesti ne tradisce la sincerità.
E te sai che appena ti girerai a guardare, ingobbito come sei sotto il tettuccio basso di un’auto utilitaria fighetta dell’inizio degli anni ottanta, vedrai l’auto di fronte, parcheggiata a pochi metri da quella che avete appena finito di agitare a schiappate:
E’ la tua ma è occupata da tuo figlio di otto anni e sua figlia di nove.
Sai che mentre i loro amichetti si diranno sono stato in sala giochi o sono andata a pattinare con Lauretta sotto casa sua, loro avranno da raccontare la loro permanenza da un quarto d’ora per volta nel parcheggio della stazione della metro dell’E.U.R. Magliana.
Ero certo molto prima di avere dei figli,nello specifico figlie, che, per quante volte possa avere desiderato riavviare il nastro dopo quella che chiamerò generosamente una “copula” (per la performance in sé, per la scelta sbagliata dell’altra metà della mela, deviato da stati di ebbrezza allucinatoria tipica dei frequentatori notturni di pub “hasta la muerte, siempre” ), in nulla quell’amarezza, quel rossore, quel desiderio di riavvolgere il nastro appunto, deve somigliare lontanamente a quello che provavano mio padre e quella donna, alla fine di ogni…chiamerò questo generosamente “amplesso”, ma non so se gli somiglia.
Scontro di cappotti e ondulate scoscese schiappate al vento, forse è più adatto.
E pensa te che se davvero avessero avuto uno spirito tutti quei tizi che ci circondavano volendoci convincere o estorcendoci la fede col ricatto dell’inferno o peggio ancora: non giocherai alla partita di domenica se non vai a messa, magari qualcuno di noi la sua bella preghiera ancora se la farebbe.
Io no.